VINO...
AL TABACCO
di Gastone Paccanaro
Si chiamava Maria. Sotto un aspetto timido e dimesso
nascondeva un carattere battagliero ed una furbizia
proverbiale, che le diedero una certa notorietà.
La sua famiglia subì il purgatorio del profugato
e, pur consapevole che Stoccareddo era stata distrutta
dai bombardamenti delle artiglierie di entrambi
gli eserciti contrapposti, al termine della Grande
Guerra volle ritornarci per continuare a viverci.
Nel 1919, coloro che scelsero di fare ritorno dove
un tempo sorgevano le case natìe - e fu la
quasi totalità dei profughi di guerra altopianesi
- non potevano certo immaginare la drammaticità
della situazione che avrebbero dovuto affrontare.
I paesi, abbandonati in fretta e furia sotto l'incalzare
dell'invasione austro-ungarica del maggio del 1916,
erano ridotti a cumuli di macerie, non esistevano
più. Bisognava ripartire da zero. Ma la vita
doveva continuare e, al pari degli altri compagni
di sventura, anche Maria si mise al lavoro. Fu durante
il periodo della ricostruzione che vide, conobbe
e sposò Giovanni, un gran bravo ragazzo originario
della pianura, che lasciava parlare poco perché
le parole servivano tutte a lei. Giovanni era buono
e paziente. Voleva un gran bene alla moglie e cercava
in ogni modo di farle condurre una vita decorosa.
Intorno agli anni Trenta, però, dati i tempi
peregrini, sbarcare il lunario era diventata un'impresa,
sempre più difficile. Maria se ne rendeva
conto giorno per giorno. Per amore di Giovanni,
che amava con tutto il cuore, volle apportare il
suo concreto contributo al buon andamento della
famiglia. Decise così di dedicarsi al contrabbando
di tabacco da fiuto, allora attività abbastanza
redditizia, perché se ne faceva un discreto
consumo. Era convinzione generale, forse non del
tutto strampalata, che tabaccare servisse a tenere
lontano il raffreddore. Quasi tutti, uomini ed anche
donne, ne conservavano una piccola quantità
in scatole d'osso o di legno più o meno finemente
lavorate ed impreziosite, tanto che, al vederle,
si poteva stabilire lo stato sociale del proprietario.
Le operazioni da compiere erano quasi assurte a
rito. Aperta la scatola con ostentazione la si esibiva,
offrendola al prelievo dei presenti che pizzicavano
una piccola quantità di contenuto per farne
una "presa" da dividere per ciascuna narice
mediante una breve, ma intensa annusata. La buona
educazione pretendeva che la gentilezza fosse ricambiata.
In pratica, soltanto quando si tabaccava da soli
si consumava del proprio. Nelle narici, il tabacco,
che forse agiva quale agente irritante, stimolava
una reazione che sfociava in un sonoro, potente
starnuto. La polvere di tabacco sarebbe schizzata
tutt'intorno se grandi fazzoletti, per la maggior
parte di colore rosso cupo con stampe di colore
nero e bianco, non avessero raccolto lo starnuto.
Talvolta l'operazione non riusciva, ed allora erano
dolori. E quegli stessi fazzolettoni servivano agli
iniziati per spolverarsi panciotto, camicia o giacca
quando il loro colore cominciava ormai a virare
sul marrone scuro. Ma inutilmente, perché,
anche se non apprezzabile alla vista, la presenza
del tabacco era inequivocabilmente palesata dal
tipico aroma - molti lo chiamavano puzza - che costantemente
accompagnava quei "viziosi" e che rimaneva
appiccicato agli abiti nonostante ogni tentativo
di spolvero.
Ritornando al dunque, Maria, superati i primi timori
e pur consapevole dei rischi connessi all'attività
illegale da intraprendere, aveva preso la sua decisione
ed una decisione presa da lei aveva poche possibilità
di essere modificata malgrado Giovanni, che la vedeva
già in prigione, la scongiurasse a desistere.
Di nascosto cominciò a rifornirsi del fabbisogno
di foglie di tabacco che i coltivatori di Valstagna,
al pari degli altri coltivatori del Canale del Brenta,
riuscivano, in qualche modo, a sottrarre all'ammasso
imposto dallo Stato. Coltivate con amore e scelte
con cura proprio perché destinate al personale
tornaconto, erano foglie della migliore qualità,
per le quali non era difficile trovare l'acquirente.
E non poteva essere altrimenti, perché la
loro vendita rappresentava l'introito extra a cui
i coltivatori, anch'essi costantemente in gravi
difficoltà economiche e finanziarie, non
potevano rinunciare. Con rudimentali arnesi Maria,
tagliava, triturava e miscelava quelle foglie fino
a ridurle in una polvere uniforme: ed ecco preparato
il famoso tabacco da naso. In breve tempo Maria
apprese i segreti della lavorazione, ma soprattutto
imparò ad eludere i controlli ed a sfuggire
agli agguati della guardia di finanza, camminando
i sentieri più defilati all'osservazione,
per quanto impervi fossero. In virtù del
suo coraggio, della sua innata simpatia e della
serietà con cui si era messa in affari, ben
presto poté contare su una clientela non
tanto numerosa, ma ben selezionata. La visitava
con circospezione, discuteva sulla qualità
della merce, lasciava il quantitativo ordinato,
ne incassava il corrispettivo, prendeva nuove ordinazioni,
e così via. Inutile dire che i maggiori affari
li faceva con i clienti di Asiago che, più
danarosi di quelli degli altri paesi dell'Altopiano,
non solo acquistavano per sé stessi, ma anche
per far omaggio a parenti, ad amici ed ai forestieri
che timidamente cominciavano a frequentare l'Altopiano.
Ogni mercoledì - quello era il giorno di
giro destinato alla clientela asiaghese - pregustando
il buon esito della giornata, chiusa la porta di
casa, a piedi nudi, con le scarpe nella borsa per
non consumare le suole, Maria scendeva al ponte
di pietra del Buso. Raggiungeva il vicino Santuario,
presso il quale sostava il tempo necessario per
recitare l'Ave Maria, inginocchiata davanti all'immagine
della Madonna. Risaliva quindi l'erto petto erboso
del Buso e, guadagnata la strada provinciale, indossava
le scarpe e aspettava che la corriera di linea si
fermasse per darle un passaggio fino al capoluogo
dell'Altipiano.
Un bel mattino, però, giunta ad Asiago, alla
fermata dell'autobus trovò ad aspettarla
una pattuglia della guardia di finanza. I finanzieri,
con tutta cortesia, la affiancarono da ogni lato
e la pregarono di seguirli in caserma che, a quel
tempo, era ubicata proprio a pochi passi dal capolinea,
in un edificio retrostante all'albergo Cavour. Maria
acconsentì, ma dette l'impressione di non
capacitarsi per quel fermo, anzi si mostrò
davvero sorpresa. Cominciò chiedere spiegazioni
e tanto insistette che, le fu detto, era sospettata
di essere in possesso di un certo quantitativo di
ottima polvere di tabacco, da vendere di contrabbando
ai suoi clienti, cosa che, da informazioni assunte
ed a seguito di accurate indagini, risultava facesse
ogni mercoledì. Appena giunta in caserma
le fu imposto di consegnare la borsa che teneva
stretta al petto con ambedue le mani, il cui contenuto
fu rovesciato sul piano di un'unica grande scrivania
posta al centro dell'ufficio: tre forcine, un pettine,
uno specchietto rotondo contornato da latta giallina
con una crepa nel mezzo, un berretto di lana logoro,
cinque o sei carobole (carrube), un cartoccio
di stracaganasse (castagne secche) che servivano
a calmare la fame e qualche bastoncino di monfrìk
(zucchero e limone lavorati a caldo), energia ed
innocente peccato di gola allo stesso tempo. Nient'altro.
Del corpo del reato nemmeno l'ombra.
A quel punto Maria trasecolò: "Come?
- disse - allora mi ritenete davvero una contrabbandiera!
Ma siete matti? Contrabbandiera iooo? Iooo andare
contro la legge? Ma a chi è venuta questa
pazza idea? Avete visto che nella borsa non c'è
niente?".
"Si calmi, si calmi, signora - le fu
risposto - fra poco lo sapremo se davvero ci
siamo sbagliati. Manderemo a chiamare una signora
per perquisirla. Sappiamo quel che facciamo; ma
a noi, che siamo maschi, è vietato mettere
le mani addosso ad una donna".
A Maria apparve chiaro che la vicenda non era finita
lì, tutt'altro, ed intuendo la gravità
della situazione che si stava delineando impallidì,
ma subito girò il volto dall'altra parte
per non darlo a vedere. Si sentiva perduta: questa
volta non avrebbe potuto misurarsi con i finanzieri
in rocambolesche fughe per viottoli, sentieri e
percorsi che lei conosceva tanto bene. Questa volta
l'avevano proprio incastrata. Il lieve, beffardo
sorriso che traspariva dai loro volti tradiva l'intima
soddisfazione di una rivalsa attesa per tanto tempo.
La perquisitrice ufficiale tardava ad arrivare e
Maria, pur col pensiero sul come sarebbe potuta
uscire dal quella situazione, continuava a predicare
e a predicare. Per avere un po' di requie venne
"isolata" in uno stanzino attiguo alla
grande stanza che costituiva l'ufficio nella quale
era stata condotta e che serviva da dispensa e cucina
per gli agenti non sposati. Nell'occasione lo stanzino
sarebbe stato utilizzato come luogo riservato per
effettuare la perquisizione che, alfine e malgrado
tutto, Maria dovette subire. Fu un'operazione velocissima,
tanto che le due donne si ripresentarono ai finanzieri
dopo pochi minuti.
"Finito. Addosso non le ho trovato niente:
grande puzza di tabacco, ma di tabacco nemmeno l'ombra",
disse la perquisitrice ufficiale. Lei aveva terminato,
salutò e se ne tornò a casa.
I finanzieri rimasero imbarazzati, increduli ed
impotenti. Ben altro era l'esito che si attendevano;
davano per scontato che Maria fosse stata finalmente
presa con le mani nel sacco. Ma così non
fu; ancora una volta era riuscita a sgusciare via
dalle loro mani come un'anguilla.
Maria aveva trascorso quegli ultimi minuti in minaccioso
silenzio, ma sul suo volto era ritornato il sereno.
Fece un lungo respiro, come per prendere fiato,
poi si scatenò:
"Avete visto, malfidati che non siete altro?
Come avete potuto pensare che contrabbandassi tabacco
da naso? Non ve lo avevo detto che si trattava di
una calunnia? Vi siete approfittati di me perché
sono una povera donna! Non vi vergognate?".
Tanto si agitò e disse che i finanzieri le
chiesero scusa, la lasciarono andare e quando finalmente
la porta si richiuse alle spalle di Maria tirarono
un respiro di sollievo. Ammutoliti, si guardarono
in faccia. Non ci fu bisogno di dire niente: quello
sguardo era l'impegno a non far parola con nessuno,
ma proprio con nessuno dell'accaduto. Giurarono:
"La prossima volta non ci sfuggirà!".
La sera, in caserma, si stava apparecchiando la
tavola per la cena. Qualcuno si recò in dispensa
per riempire di vino la caraffa, ma dalla spina
della botticella, invece del vino, sgorgò
vino...al tabacco. Il finanziere sulle prime rimase
impietrito dalla sorpresa, poi chiamò i colleghi.
Anch'essi non volevano credere ai loro occhi. Ma
dopo qualche istante la perplessità si sciolse
d'improvviso in una risata collettiva tanto fragorosa
che, si ricorda, fu udita sin dal corso principale.
Cos'era accaduto? Era accaduto che Maria, sotto
l'abito, aveva indossato una speciale sottogonna
alla quale aveva applicato tutt'intorno una serie
di tasche riempite di tabacco in polvere. Come si
trovò sola nella dispensa fu presa dallo
sconforto. Si lasciò cadere su una sedia
ed appoggiò le braccia su un caratello (1)
di vino, adagiato su un cavalletto, per nascondendovi
il viso e sciogliersi in un pianto sommesso. Dopo
un po', quando si riprese, sollevò la testa
e ... solo allora fece caso al caratello. Un'idea
la sedusse e, recuperato il sangue freddo, la realizzò
senza pensarci su due volte: versò il contenuto
dei sacchetti, e poi i sacchetti, nella botticella,
certa che nessuno avrebbe mai potuto sospettare
tanta temerarietà. Fu la mossa vincente.
(1)
caratello: piccola botte per liquidi pregiati.