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RICORDI, RICORDI, RICORDI...
di Gastone Paccanaro


Subito dopo la metà degli anni Trenta, il battaglione alpino "Aquila" soleva fare il campo invernale a Gallio. Alloggiava, per la più parte, nell'edificio di proprietà del "Meto Rossi", per la rimanente in altro edificio di Piazza di Sopra.
Da quando il battaglione aveva scelto Gallio quale luogo delle esercitazioni invernali, l'appalto per la fornitura della carne era sempre stato vinto dalla locale ditta Finco "Fajon", ma quella volta la ditta Rigoni Snechele di Asiago aveva richiesto, in sede di offerta, un prezzo inferiore; di conseguenza subentrò al Finco.
Comandava allora gli Alpini di tutte le Divisioni il Generale d'Armata Carlo Rossi, il quale, in veste di ispettore superiore delle truppe alpine, ebbe a venire a Gallio a controllare e constatare i progressi dei reparti alpini sui campi di neve. Assieme al suo staff di ufficiali superiori si insediò nell' albergo Europa, allora in gran auge. Il suo arrivo, inaspettato, portò un po' di scompiglio; ripresisi dalla sorpresa, tutti, dall'ultimo soldato al Comandante di battaglione, vollero ben figurare per onorare la visita di una così alta autorità militare.
La sala da pranzo dell'albergo fu opportunamente addobbata e destinata a mensa ufficiali; fu anche presidiata da due carabinieri, posti ai lati della porta d'entrata, con l'ordine di non far passare chicchessia. All'epoca, alla sala da pranzo si accedeva anche dalla zona bar, frequentata, per lo più, da paesani che vi si incontravano, dopo pranzo e dopo cena, per prendere il caffè, giocare a carte o fare qualche chiacchiera.
Anche il Finco "Fajon" frequentava quel bar, ed anche nel giorno d'inverno in cui arrivò il Generale Rossi, come d'abitudine, vi si recò, più che altro per sentire le ultime novità.
Non fece caso al trambusto, né si impressionò per i due carabinieri, immobili ed impettiti, di piantone alla "ensa ufficiali". Pur senza avvicinarsi e dare nell'occhio, attraverso le trasparenti decorazioni stile liberty dei vetri della porta, vi intravide, però, proveniente dallo spogliatoio, un Generale che guadagnava, zoppicando, il proprio posto al centro della tavolata disposta a ferro di cavallo.
Il Finco stette un attimo soprappensiero, poi girò i tacchi e ritornò a casa speditamente.
Da una busta conservata nel primo cassetto del comò estrasse un documento stilato su cartoncino verde, con tanto d' intestazione, bolli firme e timbri: l'attesto di conferimento della Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Ritornato all'albergo Europa, senza tanti permessi o formalità, arrivò diritto al cospetto di quell'alto graduato e, malgrado fosse stato inseguito e finalmente preso per la collottola dai due imbarazzati carabinieri fra i quali era inopinatamente sgusciato, tra lo stupore dei presenti, gli si rivolse e, piegando il documento in modo da porne in vista soltanto la parte inferiore disse:
"Sig. Colonnello, riconosce questa firma?"
"E' la mia, perdio, e tu sei Finco !"
I due si abbracciarono e piansero dalla commozione, fra lo sbigottimento dei presenti.
Si erano persi di vista, ormai, da quasi vent'anni. Insieme avevano partecipato alla Grande Guerra, l'uno con il grado di Colonnello Comandante il 52° Reparto d'Assalto "Fiamme Verdi" di stanza a Debba (Longare), l'altro con quello di Sergente, Soldato, Caporale, a seconda delle destituzioni conseguenti a punizioni o delle promozioni conseguenti a meriti.
Il Finco, alla guida di uno slittone trainato dal cavallo pomellato del Secondo Munari Prot, proprietario dell'albergo, dedicò i due giorni successivi ad accompagnare il Generale sul Col del Rosso, sul Col d' Ecchele, sul Monte di Valbella, luoghi che avevano visto, tra la fine del 1917 e l'inizio del 1918, i reparti da lui comandati, facenti parte del 52° Battaglione Arditi, combattere valorosamente.
E ricordarono, ricordarono, ricordarono...
A Stoccareddo sostarono davanti alla chiesetta di San Giovanni Battista che il Generale rammentava distrutta dai bombardamenti austriaci: la ritrovava ora interamente ricostruita, più grande e più bella. Ed, invero, se non la più bella è certamente tra le chiese più suggestive dell'Altopiano.
Ricordarono che nel gennaio del 1918, rimaneva in piedi soltanto il campanile. La cella campanaria era presidiata dagli Austriaci: vi avevano piazzato una mitragliatrice con la quale battevano continuamente la cresta ed il versante nord-nord/ovest del Col del Rosso per impedire ai militari italiani in linea di muoversi ed operare con una certa tranquillità.
Per danaro, perché il danaro era la grande molla che stimolava gli Arditi a compiere operazioni ad altissimo rischio, una pattuglia sapientemente mimetizzata, al comando del Finco, su richiesta del suo Colonnello, di notte, scese per la Val Scura, in direzione di Stoccareddo. Fra mille difficoltà arrivò ad attestarsi nelle immediate adiacenze del campanile, ed operando con la massima prudenza, complice l' oscurità più profonda, in poco tempo riuscì a piazzare alla sua base alcune cariche di esplosivo e a dare fuoco alla miccia. Ripiegata in posizione sufficientemente protetta, la pattuglia italiana indirizzò più volte verso il campanile il seguente avvertimento:
"Tedeschi, vignì xo se no salté pararia col campanile".
Rispose il ta-ta-ta-ta della solita mitragliatrice.
La miccia si consumò nel tempo previsto e l'esplosione ridusse il campanile ad un cumulo di macerie.
Approfittando della confusione generale seguita alla deflagrazione, la pattuglia italiana poté rientrare indisturbata nelle linee da cui era partita.
Ricordarono quella volta che il Generale Luca Montuori nicchiava sulla corresponsione del premio promesso per la cattura di alcuni ufficiali nemici, ed il Sergente Sarnesi, un fegataccio toscano, incattivitosi dopo aver rinvenuto nella terra di nessuno il cadavere del fratello, tolse la sicura ad una bomba a mano intenzionato ad ucciderli e morire con loro piuttosto che consegnarli.
Ricordarono l'episodio in cui di notte, alla ricerca di prigionieri da interrogare, sorpreso un soldato austriaco imprudentemente addormentatosi nell'avamposto soprastante la chiesetta del Buso, gli uomini della pattuglia guidata dal Finco si divertirono a spostargli, da un lato all'altro della bocca, la lunga pipa penzoloni sul petto, fino a quando, costretti a svegliarlo per il poco tempo a disposizione, lo videro quasi svenire dallo spavento all' improvvisa vista dei soldati italiani curvi su di lui con i fucili puntati.
Ricordarono il pericolo corso dal Finco, che in un impeto d'ira aveva disarcionato e scaraventato nel fiume un Capitano di cavalleria. L'intervento dell'avvocato Bizzarrini di Padova, noto penalista, precipitosamente chiamato alla sua difesa davanti alla Corte Marziale e pagato di tasca propria dal Colonnello Rossi, gli evitò la prigione, ma non la degradazione.
Ricordarono come il Colonnello era uso a comandare l'assalto: in piedi, sul bordo della trincea, sguardo verso le linee avversarie. Nessun: "Avanti Savoia!". Un solo "Avanti ragassi !" alzando contemporaneamente il bastone e puntandolo in direzione del nemico. Ah quel bastone, suo inseparabile sostegno da quando una scheggia di granata, colpendolo al ginocchio, gli aveva storpiato una gamba !
Ricordarono le serate passate nelle osterie di Debba e dintorni, zona di acquartieramento del Reparto d'Assalto degli Arditi, nei bordelli e nei ristoranti di Vicenza, dove gli Arditi più temerari dilapidavano i premi in soldi avuti per l'esecuzione di missioni particolarmente pericolose.
Il Generale, che alla fine della guerra aveva proposto al Finco di rimanere nell'Esercito ricevendone però un netto rifiuto, si informò su come se la passasse in quegli anni di vacche magre per tutti. Venne così a sapere che, come in ogni paesetto di montagna com'era Gallio, di lavoro non se ne trovava, che molti emigravano in cerca di un futuro migliore, che quelli che restavano riuscivano a sbarcare il lunario fra mille difficoltà. Fu informato, in particolare, dell'appalto della carne, sul quale il Finco era ormai abituato a fare assegnamento, ma che, per la prima volta, era stato aggiudicato ad altra ditta, mettendolo nell'angoscia. Non potendo sopportare che un suo alpino subisse un così grave rovescio, il Generale richiese un rapporto sull'esito delle forniture degli anni precedenti e, accertata la correttezza del servizio svolto, dette ordine di sospendere il contratto in corso e fece in modo che la fornitura fosse nuovamente attribuita al Finco.
Il Generale, pur preso da mille problemi, ebbe modo di conoscere Fulvio, buon sciatore, figlio unico del Finco. Pochi giorni prima, purtroppo, a seguito di una rovinosa caduta, aveva distrutto gli sci. Di comperarne di nuovi non se ne parlava neanche: c'erano altri bisogni più importanti a cui far fronte.
Intanto il soggiorno del Generale Rossi era ormai agli sgoccioli. Ripartì per Roma di buon mattino, accompagnato dal suo staff, non senza aver salutato il suo ineffabile Finco.
Poco tempo dopo a Fulvio, di ritorno da scuola, fu detto di recarsi all'albergo Europa, dove avrebbe incontrato un ufficiale degli Alpini che lo aspettava. Non si trattava di uno scherzo. L'ufficiale lo fece accomodare, poi gli esibì una ricevuta in calce alla quale Fulvio pose la propria firma, quindi gli consegnò un pacco stretto e lungo.
Era un dono del Generale Carlo Rossi: un paio di sci nuovi di zecca, con le lamine d'acciaio.
Il primo, del genere, che scese per i pendii del Sisemol.


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