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MILITE IGNOTO DALL'ALTOPIANO?
di Gastone Paccanaro


Era il 4 novembre 1918.

"...I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Firmato: DIAZ"

Così concludeva il bollettino della guerra di quel giorno. Con la rotta degli eserciti imperiali il conflitto poteva dirsi finito.
L'Europa usciva da un incubo; soltanto l'Italia contava seicentomila morti e
l'opinione pubblica richiedeva che le vittime fossero onorate degnamente.
Un generale italiano, Giulio Douhet, suggerì di rendere i più alti onori alla salma di un caduto non identificato: uno a glorificazione di tutti.
La proposta, semplice ed al tempo stesso suggestiva, fu accolta con grande entusiasmo.
Ma, mentre le altre nazioni europee provvidero ad erigere imponenti monumenti al "Soldato Ignoto" in breve tempo, in Italia soltanto qualche anno più tardi venne approvato il disegno di legge che consentiva di trasportare solennemente a Roma i resti di un Caduto ignoto.
L'intero arco del fronte fu così suddiviso in undici settori, dai cimiteri di guerra di ciascuno dei quali fu prelevata una salma priva di ogni pur lieve elemento di identificazione, presente e futuro.
Uno dei settori fu l'Altopiano dei Sette Comuni dove, nel 1916, fu infranta "l'offensiva austriaca di primavera" (Strafe expedition), fatto di grandissima ed inimmaginabile portata strategica, tanto da far ammettere, all'ex ministro austriaco Wiessner, nel settembre del 1919, che: "la possibilità di vittoria degli imperi centrali fu spezzata nella primavera del 1916 contemporaneamente a Verdun e sull'Altopiano di Asiago".
Dai cimiteri militari sparsi sul nostro acrocoro, furono prelevate alcune salme e raccolte in località Crocetta di Gallio (ove sorge la chiesetta della Madonna della Salute, sulla strada per Foza). Di esse, una proseguì per Aquileia per essere collocata alla base dell'altare della Cattedrale assieme a quelle provenienti dai settori di Rovereto, delle Dolomiti, del Monte Grappa, del Monte Montello, del Basso Piave, del Cadore, di Gorizia, del Basso Isonzo, del San Michele e di Castagnevizza al mare: soltanto una, la designata, avrebbe rappresentato il Milite Ignoto.
L'incarico della scelta l'ebbe una madre, la triestina, Maria Bergamas, il cui figlio Antonio dopo aver disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi volontario fra le truppe italiane era morto in combattimento ed il suo corpo non poté essere identificato.
Nel corso di una indimenticata cerimonia, quattro Medaglie d'Oro al Valor Militare accompagnarono la donna al cospetto delle undici bare di legno; giunta davanti ad esse si inginocchiò e si coprì il volto con le mani, poi si rialzò.
I presenti ebbero la sensazione che, prima di decidere, volesse esaminarle ad una ad una; invece si accasciò davanti alla seconda, vi posò il braccio e vi tracciò il segno della croce: aveva scelto.
Dieci di quelle salme furono sepolte nel cimitero di Aquileia. Quella indicata da Maria Bergamas proseguì per Roma su un treno speciale che, durante il lungo, lento trasferimento, fu ricoperto di fiori da una folla commossa, che faceva ala ai due lati dei binari e ressa nelle stazioni; una folla imponente che scelse quel modo per porgere l'ultimo saluto e manifestare la propria riconoscenza.
Quella bara di legno, la bara del Milite ignoto, fu solennemente tumulata sull'Altare della Patria.
Era il 4 novembre 1921.


Mi piace pensare che quell'anonimo combattente, nella cui salma si vollero onorare tutti i Caduti, potrebbe essere un figlio dell'Altopiano, uno di coloro che impegnati sul fronte isontino, alle prime notizie dell'invasione austriaca sugli Altipiani, chiesero ed ottennero di venire a combattere sulla loro terra, per la loro terra.

 

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