"EL
MARCO PUTIA PICOLO DELE FONTANE E LA VOLPE PIU'
FURBA DEL MONDO"
di Gastone Paccanaro
"Crédito de éssare fùrbo
come la volpe, ti ciò?"
Quante volte si è sentita questa frase, alla
quale nessuno risponde, solo per falsa modestia.
Tanto tempo fa, però, il Marco Putìa
riuscì per davvero a fargliela alla "volpe
più furba del mondo", anche se se la
vide rutta.
Il fato ebbe come scenario il "Pachstall",
durante uno dei più freddi inverni di fine
secolo scorso.
Là, nella vallata in cui oggidì sorgono
i tre trampolini per il salto con gli sci, era stata
avvistata una volpe; col ricavo della vendita di
una sola pelle di volpe, in quei tempi, si poteva
comprare tanta farina gialla da farci la polenta
per tutto un inverno.
Quando lo venne a sapere, il Marco Putìa,
che era all'osteria dei Rochi assieme ad alcuni
compagnoni, dimostrò indifferenza e fece
in modo che il discorso scivolasse su un altro argomento.
Già fremeva per l'impazienza e non vedeva
l'ora che la compagnia si sciogliesse per correre
a casa, prendere la sc-iòpa e mettersi sulle
tracce della volpe: aveva deciso che sarebbe stato
lui e non altri, a farle la festa.
La notizia si rivelò esatta; il Marco Putìa,
infatti, non ebbe difficoltà a rilevare sulla
neve le péste dell'animale.
Dall'osservazione elle orme, concluse che la bestia
scendeva dai Tanzer, attraversava lo Spil
e lambiva il Pòpolo per guadagnare
il ponticello sul Ghelpach, proprio di fronte
alle Garbàrie Rossi, l'ultima casa
di Contrada Fontana.
Sotto quel ponte sostava nell'oscurità, in
attesa del momento propizio per lanciassi in qualche
scorreria; probabilmente la temperatura rigidissima
e l'abbondante neve la costringevano a cercare nelle
immediate adiacenze dell'abitato quel cibo che non
riusciva a procurarsi altrove.
Ma come allettarla per farla avvicinare a prenderla?
L'indemani Marco Putìa andò
a trovare l'Olindo Finco Fajon, l'amico becàro,
che gli fornì il pantasso (stomaco-trippa
d'ovino) per confezionare la péissa
(subdolo grosso boccone per attirare le volpi).
Di pomeriggio, in corrispondenza del luogo dive
in séguito si sarebbe realizzata la contropendenza
del trampolino grande, scavò una comoda buca
e la mascherò erigendole attorno un muretto
di neve, coperto da rami d'abete; nella parte del
muretto che guardava verso il trampolino, praticò
un foro abbastanza largo, per l'osservazione, attraverso
il quale, all'occorrenza, sparare. Sul lato opposto
realizzò un'apertura per l'accesso, che mimetizzò
con un telo e delle frasche.
Alle prime ombre della sera, riempito lo stomaco
e salutata la moglie, si avviò per la valle
del Pachstall, collocò la péissa
pressappoco a tre quarti dell'attuale pista di atterraggio
e, assicuratosi che la luna la rischiarasse ben
bene, si infilò nella buca e...attese.
A notte inoltrata, finalmente, la volpe comparve,
attratta dall'odore della carne; ma girovagava sul
limitare del bosco, lassù, sospettosa e pronta
ad eclissarsi al minimo rumore, alla minima sensazione
di pericolo, quasi fiutasse, e forse fiutava davvero,
la presenza del Marco Putìa, pronto
a far fuoco non appena fosse stata a tiro.
Ma la fame incoercibile e la possibilità
di alimentassi con poco sforzo l'ebbero vinta; la
bestia cominciò a scendere, cautamente, incontro
alla péissa.
Il Marco Putìa, senza levarle gli occhi di
dosso, disse fra sé: Géra ora,
maledéta! Poi, in silenzio, afferrata
la sc-iòpa, la allungò oltre il foro
sul muretto, chiuse l'occhio sinistro e stava per
piegare la testa sul calcio per prendere la mira,
quando la volpe, come messa sull'avviso, ritornò
sui propri passi, al sicuro, nell'ombra del bosco.
La cosa si rinnovò per parecchie volte e
per parecchie sere. La luna assisteva incuriosita,
divertita, imparziale come sempre.
Il Marco Putìa non riusciva a darsi
pace: da quando in qua le volpi le fanno tanto lunga
per farsi ammazzare? Mai, in vita sua, aveva trovato
una così brutta...gatta da pelare.
Per fortuna nessuno era al corrente di come passasse
le notti e con quali risultati, altrimenti chissà
che risate.
Ma, perbacco, aveva pur sempre una reputazione da
salvaguardare!
Non gli andava proprio giù d'essere preso
per i fondelli da una volpe, fosse anche la volpe
più furba del mondo!
Perse l'appetito: il sonno glielo toglievano gli
appostamenti notturni.
"O la còpo o devénto màto!",
sbottò una sera, mentre rientrava dall'ennesimo
fiasco, e girò sùbito lo sguardo intorno,
per accertarsi che qualcuno non lo avesse sentito
e preso per pazzo.
Le idee più strane gli mulinavano nella mente,
ma nessuna gli pareva adeguata alla situazione,
o meglio, alla sua volpe, certamente la più
furba del mondo.
Ma, pensa che ti ripensa, alla fine tanto forzo
di testa ebbe risultato.
In una notte di febbraio, illuminata da una grande
luna, la volpe, come al solito appostata sullo Spil
in attesa della tranquillità necessaria per
entrare in azione e prendere la péissa,
vide avanzare, sulla strada che dal paese si addentra
nella valle, una sagoma cilindrica, alta più
di due metri, larga ottanta centimetri, ricoperta
di dàse (rami d'abete), paglia ed
altro, del tutto simile ad un tronco d'albero, che,
lentamente, si avvicinò alla buca, lentamente
la doppiò, per ritornare, sempre lentamente,
da dove era venuta.
La volpe, incuriosita, la seguì con lo sguardo,
senza perderla di vista un instante, finché
fu scomparsa; poco dopo, guardinga, uscì
allo scoperto, scese indisturbata per il pendio,
addentò fulminea la péissa
per poi riparare, velocissima, nell'oscurità
del vicino bosco.
La cosa si ripeté la sera dopo, la successiva
ed altre ancora; la volpe si era ormai abituata
all'andirivieni notturno di quella sagoma strana,
sulla cui esistenza si sforzava invano di dare una
spiegazione, ma a causa della fame arretrata e soprattutto
di quella presente, era la péissa, ad essere
al centro dei suoi pensieri: era proprio lì,
comoda, le toglieva la fame e le evitava di correre
i terribili rischi della caccia in paese; perché
preoccuparsi d'altro?
Così, senza accorgersene, aveva abbassato
la guardia e il Marco Putìa ne approfittò.
In una notte di luna piena, spietatamente limpida,
la sagoma, come di consueto, riapparve per compiere,
lentamente, il solito percorso; questa volta, però,
dalla sua parte inferiore, al momento di doppiare
la buca, fuoriuscì una esile figura che si
infilò, rapidissima, nella buca stessa.
La volpe non si accorse di niente, e dopo un po',
sicura d'essere sola e che nessun pericolo la minacciasse,
discese il fianco della valle, afferrò la
péissa e stava piegando a destra per
raggiungere l'oscurità del bosco. Non ne
ebbe il tempo. Nel silenzio della notte si udì
uno sparo, uno solo; la sua eco si propagò
per monti e valli, come un annuncio.
Il Marco Putìa era nella stalla che
stava armeggiando freneticamente per togliersi di
dosso l'incastellatura di listelli li legno, stoffa
e frasche costituente la sagoma, sudando per la
fatica e la tensione, quando udì la detonazione;
gli scappò un sorrisetto di soddisfazione
e tirò un lungo sospiro di sollievo. L'incubo
era finito e la polenta per l'inverno non rappresentava
più alcun problema, ne era certo.
Di corsa, si addentrò per il "Pachstall".
Nel frattempo, il Nane, figlio dodicenne del Marco
Putìa, uscito dalla buca, con la sc-iòpa
ancora imbracciata, si avvicinò con cautela
alla massa scura, pelosa, immobile ai piedi dell'erta.
Si accertò che fosse esanime, perché
le volpi hanno sette vite come i gatti e a volte
fanno brutti tiri, la caricò in spalla e
si diresse, barcollando per il peso, verso il "Prunle".
Non fece che pochi passi quando il Marco Putìa,
ansante per il correre, lo raggiunse e lo sollevò
dal carico.
"Bràvo fiòlo, gò pròprio
fàto bén a insegnàrte a sbaràre
fìin da quàndo che te geri putélo;
te sì proprio fiòl de to pàre,
te xé bastà un colpo solo par fàrla
séca chéla tròja"
gli disse, raggiante di gioia, prendendolo sottobraccio
ed incamminandosi assieme verso casa.
Coloro che videro la volpe uccisa raccontano d'aver
notato sul suo muso un'espressione strana, come
di sorpresa.