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"I GRITI", FRATELLI RECUPERANTI
di Gastone Paccanaro


Il loro cognome era Tura, il soprannome Grìti. Abitavano la prima casa che si incontra quando ci si addentra per il "Packstall", quella in cui abita ora il Lorensin Mesch.
Erano poveri in canna; il padre, Giacomo, per circa vent'anni fu lavorante presso dei nobili tedeschi (1), adibito a lavori servili, di basso concetto e di altrettanto basso salario. Il Caterino tentò di farsi una posizione lontano da casa: partecipò alla Campagna di Abissinia e fece parte dei cavalleggeri (quei militari dall'elmo importante), ma la nostalgia lo costrinse a dimettersi e a ritornare al paese.
Suo fratello Toni, invece, non arrischiò mai di scendere in pianura. Negli anni Trenta, in Altipiano, la vita era grama, si tirava avanti come si poteva, arrangiandosi in qualche modo.
Quando il Duce proclamò l'autarchia, la povera economia locale ebbe un po' di respiro, perché molti intrapresero l'attività di recupero del materiale ferroso, residuato bellico della prima guerra mondiale, pur sapendo di andare incontro a rischi mortali.
Allora, a recupero, si andava con lo "stampo", un'appuntita asta di acciaio che si usava come sonda; lo si conficcava nel terreno e lo si spingeva giù, giù, finché incontrava un ostacolo. Allora lo si estraeva e si osservava la punta: tracce di ruggine rivelavano la presenza di metallo ferroso. In questo caso si procedeva a scavare, sperando, ogni volta, di essersi imbattuti in qualcosa di grosso. Quante speranze deluse! Verso la fine di quel decennio, in ossequio ad un risorto amor di patria, non erano pochi i Podestà che ambivano adornare il Municipio o altri edifici pubblici con residuati bellici di sicuro effetto: ricercatissime erano le bombe da 305, 320 o addirittura da 420 mm. Ma era difficile trovarne di integre e quando se ne trovava una era come se si avesse vinto al lotto, perché si prendevano dei bei soldi, naturalmente se le operazioni di scaricamento dell'esplosivo avevano avuto esito positivo, altrimenti...
I Grìti, papa e figli, che per necessità furono fra i primi ad abbracciare quel mestiere così pericoloso, avevano raggiunto in breve tempo una invidiata abilità, tanto nel trovare bombe, quanto nello scaricarle, cosa che eseguivano con particolare perizia e prudenza. Se poi si imbattevano in qualche ordigno inesploso, poco conosciuto, specialmente se di fabbricazione austriaca, l'onore di eseguire le operazioni di scaricamento spettava all'anziano genitore. I figli controllavano, al riparo, dietro le laste (platten: lastroni di sasso, piantati sul terreno per delimitare la proprietà), da dove, per la verità, facevano il tifo per il loro genitore incitandolo a gran voce con degli: "Dai, bati forte, dai!". Lavoravano da mattina a sera, tutti i giorni della settimana, senza mai un attimo di sosta. Solo d'inverno, per via del freddo, erano costretti ad interrompere l'attività; ottimi sciatori quali erano, ne approfittavano per solcare la neve dello "Spil", sotto lo sguardo ammirato degli appassionati di sci. Ciò che trovavano e non potevano portare al piano subito, lo nascondevano ben bene: lo avrebbero raccolto in seguito. Era credenza comune che in ferro, ottone e rame, i Grìti, con l'andar degli anni, avessero incavernato un vero e proprio tesoro a cui molti, fin non molto tempo fa, dettero la caccia. Di loro si diceva ormai anche fuori dal territorio altopianese. Nell'autunno del 1938, in quel di Porta Manazzo, dove operavano da alcune settimane, i due fratelli trovarono un 420 mm inesploso, intatto.
Non lo estrassero, anzi, lo ricoprirono nuovamente di terra, e cancellarono ogni traccia del loro passaggio.
Stabilirono di rimanere in zona, per sorvegliarlo e proteggerlo con la loro presenza, in attesa del momento propizio per prelevarlo. Pur essendo lì lì per scoppiare di gioia, dalle loro bocche non uscì parola con nessuno.
Il dodici di ottobre, nevicò: era ciò che attendevano. Si fecero prestare uno slitto dai gestori dell'osteria "Al Vecchio Termine". Slitto e neve erano un matrimonio perfetto per scivolare verso il basso.
Ora sarebbe stato facile e, soprattutto, poco faticoso arrivare in valle, sulla provinciale, con quel 420 mm. Una volta in strada il più era fatto. Si consideravano proprio fortunati e, con baldanza, risalirono i monti verso Porta Manazzo. Raggiunto il luogo del ritrovamento, si misero a scavare per dissotterrare la bomba e, quando l'ebbero riportata alla luce, la posizionarono su un robusto cavalletto. Quindi la pulirono ben bene e diedero inizio alle operazioni di scaricamento. Purtroppo non potevano più avvalersi della preziosa collaborazione del loro padre, morto qualche tempo addietro, ma, in ogni caso, l'ordigno era di dimensioni troppo grandi perché il loro lavoro potesse essere fatto da una sola persona. Applicarono l'estrattore e, lentamente, molto lentamente, come loro sapevano di dover fare, iniziarono a svitare la spoletta, l'uno da una parte della bomba e l'altro dall'altra, bagnando d'acqua, di quando in quando, la filettatura per raffreddare la zona di intervento ed evitare scintille. Erano le quattordici del 13 ottobre 1938. Il rimbombo fu enorme; lo udirono addirittura a Camporovere. Anche se di intensità fuori del comune, fu attribuito al brillamento di una mina, in qualche cava di sasso. Nessuno pensò ad una disgrazia. Ma verso sera, il conduttore di Malga Giaugo, che era rimasto in malga con un paio di vacche oltre il termine previsto per ottemperare ad alcune prescrizioni impostegli dal contratto col Comune proprietario, e che serbava sempre un po' di latte per la cena dei Grìti, non ricevendo la visita dei suoi abituali clienti, collegò la loro assenza con il fragore di qualche ora prima ed ebbe un triste presentimento. Si avviò allora con passo febbrile verso la zona dove, con tutta probabilità, recuperavano i Grìti. Angosciato, di quando in quando urlava al vento i loro nomi, ma senza alcun esito. Dopo circa un'ora di cammino, finalmente, individuò, al margine di uno spiazzo erboso leggermente inclinato a sud, una buca ampia, profonda, di recentissima origine. Non ebbe dubbi: quel cratere era stato fatto dallo scoppio di una bomba di grosso, grossissimo calibro. Ecco la spiegazione del fragore udito alle due di quel pomeriggio! Così, il terribile sospetto ebbe conferma. Diede l'allarme. La sera stessa, per quanto fu possibile, ed il giorno dopo, coordinati dal Bepi dei Rochi, guardia boschiva del Comune di Gallio, alcuni volontari setacciarono cratere e terreno circostante per raccogliere quel poco di umano che vi era sparso. Il tutto non bastò a riempire una cassettina di legno, inumata nel camposanto di Gallio. Nella primavera successiva si rinnovò la monticazione. Malga Giaugo, distante circa ottocento metri in linea d'aria dal luogo della disgrazia, caricò le solite 50 vacche. Inspiegabilmente, però, le bestie non si abbeveravano nella pozza della malga, non ne volevano proprio sapere, nonostante la sete. Non era facile trovare una spiegazione logica al fatto; si pensò a questo, si pensò a quello, si provò questo, si provò quello, ma per venirne a capo, la pozza dovette essere vuotata. Sul suo fondo, impantanata e parzialmente decomposta, giaceva una testa umana. La pietà degli uomini la unì agli altri resti, nella cassettina di legno inumata nel cimitero di Gallio l'autunno precedente.
(1) sembra che il soprannome Grìti sia derivato da Graf (conte), da cui Grifti e quindi Grìti.


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