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UN GALLIESE TRA GLI ARDITI
di Gastone Paccanaro


Nel 70° anniversario della vittoria, la Banca Popolare dei Sette Comuni di Asiago pubblicò un calendario intitolato: "La Grande Guerra sull'Altipiano vista da A. Beltrame". Erano 12 disegni su episodi bellici (uno per mese) tratti dal famoso settimanale "La Domenica del Corriere".
L'episodio relativo al mese di febbraio,(che io tenevo in bella mostra sulla parete accanto alla mia scrivania) raffigurava un fatto d'arme recante la seguente didascalia: Durante la battaglia sugli altipiani: "Fu scovato entro un rifugio l'intero Comando di un reggimento. Un tenente colonnello stava telefonando attorniato dai suoi ufficiali, quando alla imboccatura della caverna apparve un gruppetto di nostri arditi col pugnale fra i denti e le bombe alla mano. L'intimazione di resa venne obbedita con molta prestezza".
Un giorno venne a trovarmi un compaesano per una certa pratica il quale, guardata la scena raffigurata sul calendario, esclamò: "Ghéto vìsto? Quélo là xé stà mì pàre!"
Incredulo ed incuriosito ne volli sapere di più e, piano piano, sono riuscito a conoscere l'episodio nei particolari ed anche il suo protagonista.

Febbraio 1918 - Tempo di guerra.
Olindo Aldo Finco Fajòn classe 1896, galliese, celibe, arruolatosi volontario prima negli Alpini e poi nelle Fiamme Nere (che, contrariamente alla convinzione dei più, non erano né Battaglioni di disciplina, né Compagnie di punizione), con il suo 52° Reparto d'assalto, è di stanza nel paesino di Debba, alle pendici dei Colli Berici.
In quel periodo le Fiamme Nere non erano operanti in prima linea, ma venivano impiegate saltuariamente in azioni rischiose, per tamponare situazioni critiche o d'emergenza.
Un mattino, il plotone di Arditi al comando dell'allora sergente Finco venne trasportato con un automezzo fino alla località Campomezzavia. Di lì, a piedi, si avviò verso il Monte Valbella per eseguire la missione assegnatagli. L'ordine era di inoltrarsi dentro le linee nemiche sul fondo della Val Ghiaia (anticamera della Val Frenzela), per verificare la situazione e, se del caso, fare dei prigionieri. La missione ebbe inizio, e proseguì con la dovuta cautela. Avendo cura di defilarsi dallo sguardo del nemico, i militari italiani, stavano perlustrando con meticolosità la zona indicata, che il sergente Finco conosceva bene perché fin da bambino via andava a cacciare col padre, quando udirono delle voci provenire da una caverna. Preso fiato e date le disposizioni necessarie, il sergente Finco vi irruppe con i suoi intimando la resa. Non avendo via di scampo, i militari nemici obbedirono. 27 furono i prigionieri, Comandante compreso.
Non contento, il sergente Finco, con alcuni compagni, volle proseguire oltre il Buso di Gallio, al di là del limite convenuto, per compiere un'azione di disturbo ma, incontrata qualche difficoltà, tardò a rientrare e, di conseguenza, tardò anche il rientro dietro le linee italiane dell'intera pattuglia, con i 27 prigionieri.
Nel frattempo gli Austriaci si erano resi conto dell'accaduto ed aprirono il fuoco sul terreno antistante alla nostra pattuglia in fase di ripiego, sbarrandone di fatto il cammino, differendo oltre ogni previsione l'appuntamento con gli automezzi in attesa.
I conduttori dei camion in sosta a Campomezzavia, una volta passata l'ora prefissata, dato per scontato come infausto l'esito dell'azione, rientrarono a Debba, senza carico.
Il mancato appuntamento a Campomezzavia precluse, ovviamente, la possibilità di un comodo viaggio di ritorno, ma non disarmò più di tanto la pattuglia del sergente Finco che...a piedi (!), si avviò verso l'accampamento di Debba, sempre in compagnia dei 27 prigionieri austriaci. Si può certamente capire come, ad un certo punto del cammino, i componenti di quella pattuglia, per le vicende passate nel corso della giornata, fossero tesi, stanchi ed anche affamati. In tali condizioni fisiche e di spirito, proprio nei pressi di Debba, ormai alla fine del viaggio di ritorno, incrociarono un Capitano di cavalleria, affiancato da una bella signora, ambedue in groppa a meravigliosi, curatissimi, cavalli.
Non si sa bene se il nostro sergente abbia salutato o meno, o se abbia salutato maldestramente, o se si sia lasciato scappare qualche commento salace; sta di fatto che l'Ufficiale gli...accarezzò il viso con il frustino. Ma male gliene incolse! Non ebbe nemmeno il tempo di alzarlo per la seconda volta, come era nelle sue intenzioni, che si ritrovò disarcionato, a terra, carico di legnate, scaraventato in acqua dal ponte di Debba ed in procinto di annegare. Il tutto in un battibaleno, sotto gli occhi increduli dei prigionieri e fra le risate dei commilitoni del sergente Finco.
Il malcapitato Ufficiale venne tratto in salvo da alcune donne che stavano sciacquando i panni nel fiume e ciò gli consentì di deferire alla Corte Marziale il sergente fin troppo manesco.
L'accusa chiese per lui la condanna a morte mediante fucilazione, ma la difesa (Avv. Bizzarrini di Padova, quotato penalista), opportunamente scelta, istruita e poi anche pagata dal Colonnello Rossi, Comandante del 52° Reparto d'Assalto Alpino, che conosceva a dovere il proprio sottoposto, l'ebbe vinta e la Corte, in considerazione dell'eccezionale valore dimostrato, fu estremamente comprensiva, al di là di ogni aspettativa. E fu un bene, perché all'esterno dell'edificio nel quale si stava celebrando il processo, si erano radunati gli Arditi di Debba che, insofferenti delle lungaggini richieste dal processo e desiderosi di riavere il proprio compagno, incapaci di tollerare il trattamento riservatogli che, per l'impresa compiuta, si aspettavano ben diverso, sempre più spazientiti, cominciavano ad agitarsi sempre di più, fino ad arrivare al tumulto e a minacciare di far saltare l'edificio con le bombe a mano.
Li tranquillizzò il solito Colonnello Rossi il quale venne a sapere, per bocca delle stesse Fiamme Nere che, qualora il Finco non fosse stato rilasciato, in alternativa al bombardamento dell'edificio del tribunale, si sarebbero dati tutti prigionieri al nemico in occasione della prossima azione di guerra.
Nel corso del processo per l'imputato venne chiesta anche la degradazione che non si fece aspettare, visto che, seduta stante, lo stesso sergente Finco si strappò i gradi di dosso e li gettò contro l'Ufficiale, ancora pesto per le botte ricevute, ma presente al processo, durante il quale ebbe a subire l'onta d'essere tacciato da imboscato.
Non è la sola vicenda eccezionalmente vissuta e condotta a termine dal Nostro, ma certamente la più degna d'essere ricordata per quanto inverosimile possa apparire.
La cosa della quale ancora non mi capacito è che per tanti anni ho vissuto accanto ad un omino mite, singolare per certi aspetti, dalla battuta sferzante, che mi serviva la carne che voleva lui, che quando aveva qualcosa da dire non lo zittiva nemmeno il Padreterno, che in là con gli anni portava lenti sempre più spesse, che indossava il cappello sulle ventitré ed il gilet come segno di distinzione, ma che mai avrei sospettato essere stato protagonista di una vicenda come quella che ho raccontato.
Chiuse la sue esistenza, certamente non comune, alla bella età di ottantasei anni.


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