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UN EROE DELL'ORTIGARA
di Gastone Paccanaro


Nessun monumento, nessuna stele, nessuna lapide, nessuna via, in Altopiano, lo ricorda. Eppure morì proprio quassù, sul nostro Altipiano, fra sassi erosi dall'azione del vento, del gelo e dell'acqua, intorno alle cinque di pomeriggio di un giorno in cui pioggia, grandine, nebbia e brevi schiarite si erano intempestivamente alternate. Aveva ventidue anni appena compiuti. "Vedrete, oggi, come sanno morire gli ufficiali degli Alpini Italiani" ebbe a dire poco prima dell'inizio della battaglia dell'Ortigara, una delle più tragiche della Prima Guerra Mondiale. L'azione, più volte rimandata, aveva quale obiettivo ultimo la conquista di Cima Portule e della sottostante Bocchetta, condizione indispensabile per rientrare in possesso delle aree e delle posizioni perdute in occasione dell'Offensiva di Primavera, nota come "Strafexpedition", avvenuta l'anno precedente. Da quelle posizioni, infatti, l'esercito austriaco avrebbe potuto ritentare, molto più agevolmente rispetto alla primavera del 1916 e probabilmente con migliore fortuna, lo sbocco in pianura, alle spalle dell'esercito italiano. E sarebbe stata una catastrofe. Per arrivare al Portule, però, bisognava fare i conti con l'Ortigara e, purtroppo, le intenzioni dell'esercito italiano, in quel settore del fronte, erano ormai note al nemico; così, caduto il vantaggio della sorpresa, per i combattenti italiani, il 10 giugno 1917 fu il giorno dell'obbedienza, del sacrificio e del martirio.
Fin dalle prime ore del mattino, intruppati nelle trincee del Monte Campanaro, gli Alpini erano pronti a scattare all'attacco: avrebbero dovuto scendere di corsa le pendici occidentali del monte, oltrepassare il Vallone dell'Agnelizza e risalire quelle orientali del Monte Ortigara. Tutto ciò, beninteso, sotto l'incessante fuoco del nemico, ben schierato su una linea preminente che nel corso degli ultimi mesi era stata fortificata in maniera formidabile. In mezzo ai suoi, Egli era la, calmo, in attesa degli eventi. Non era la prima volta che sfidava la morte. Già verso la fine di maggio 1915, a Cima Verena, appena nominato sottotenente del 6° Alpini, era uscito dalla trincea per ben tre volte, sotto il crepitio della mitragliatrice austriaca, per portare in salvo altrettanti soldati che gemevano feriti in terra di nessuno. L'episodio gli valse la prima Medaglia d'argento al valor militare. Il l2 dicembre 1915, durante un'azione notturna, salendo in cordata, una pallottola lo aveva colpito alla guancia: era entrata in bocca e gli era uscita dalla mandibola, frantumandola. Fu un paziente irrequieto, sempre intento a trovare stratagemmi per abbandonare la corsia. Lasciò l'ospedale dopo quattro mesi di degenza ed i medici tirarono un sospiro di sollievo. Ancora convalescente, alla notizia della morte del tanto amato fratello Attilio, abbattuto sull'Adamello dal piombo nemico, raggiunse la trincea. Solo la speranza di poterne vendicare la morte mitigava il suo immenso dolore. Nel maggio del 1916, durante la controffensiva italiana nel Trentino, si venne a sapere dell'aggiramento e della cattura di una batteria nemica da parte di un manipolo di Alpini. Il Comandante austriaco, mentre dirigeva il tiro, era stato sorpreso, agguantato per la collottola e sollevato da terra da un Ufficiale italiano: lui. Trasferito in Altopiano, il 24 luglio 1916 diede nuovamente splendido esempio di coraggio e risolutezza, comandando il proprio reparto, incurante del pericolo, sotto il fuoco nemico di fucileria, mitragliatrici ed artiglieria, alla vana conquista del Monte Campigoletti, a sud dell'Ortigara. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare ed ebbe anche l'encomio solenne del Generale Pecori-Giraldi, Comandante della I^ Armata. Nella seconda decade del marzo 1917, sul monte Forno, la dove le trincee contrapposte non distavano più di quaranta metri l'una dall'altra, fu protagonista di un altro episodio di guerra. Vuoi per mantenere in esercizio la truppa, vuoi per sperimentare le "truppe d'assalto" addestrate sull'esempio di quelle tedesche, attraverso una galleria scavata nella neve, di notte, i soldati austriaci piombarono nella trincea italiana occupata della 62^ Compagnia del Battaglione "Bassano", da lui comandata, sorprendendo i militari italiani ed infilando il camminamento che portava alla trincea di resistenza. Nel baracchino eretto nel camminamento dormiva, scalzo e senza giubba, il Comandante della Compagnia di servizio: sull'austriaco, che si precipitò nel baracchino, scaricò un razzo della pistola Verry, freddandolo all'istante. Gli austriaci, frattanto, erano giunti a metà camminamento, ma il Comandante della Compagnia, da solo, li fermò con una gragnuola di bombe a mano, dando tempo ai suoi soldati di riprendersi, di ricacciare il nemico e di rientrare in possesso delle due mitragliatrici precedentemente perdute. Sul fatto fu aperta un'inchiesta che si concluse con una ingiusta "cassiata" ai danni del Nostro che di quella incursione nemica, a torto od a ragione, si addossò ogni responsabilità, non volendo che fosse incolpato alcun suo subalterno. Il Comandante del Battaglione "Bassano", però, gli scriveva durante la sua degenza all'Ospedale di Alessandria: "...Al carissimo Calvi, del quale, se ho dimenticato le scappatine, non ho dimenticato le belle, splendide qualità d'ufficiale alpino, invio auguri affettuosissimi e saluti paterni. Addio, Calvi: mi ricordi e mi voglia bene. Guarisca presto e mi raggiunga. A nome di tutti gli ufficiali del "Bassano" saluti cordiali. Maggiore Tentori".
E venne il suo giorno.
I Superiori, a conoscenza delle capacità, del coraggio e dell'esempio che costituiva per i suoi soldati, gli affidarono la conquista del Passo dell'Agnella, compito delicato, di altissima responsabilità, ma nello stesso tempo esaltante. Non si fece illusioni. Forse presagio della morte in agguato, scrisse alla madre: "Mamma carissima, Perdona se non ti ho scritto troppo e credi che ti ho sempre pensato. Oggi ti ho spedito il baule con le robe mie. Darai a Gianni tutte le scarpe e gli abiti neri ed i colli ed il cappello. Per me conserverai, tenendoli come tutto sai tenere te, quegli abiti militari e il paletot. Contavo fare una scappata, ma non mi e riuscito e probabilmente non mi riuscirà più. Sto benissimo e mi auguro che te e il Babbo possiate stare come me. Ti mando anche, come valori assicurati, l'orologio d'oro, i bottoni, due medagliette pure d'oro, ed un necessaire... e poi nel baule troverai parecchi libri che ti prego di non perderli e parecchia posta che ti prego non bruciare. Sta tranquilla, salutami il Babbo, e digli che vorrei poterlo aiutare molto di più; ma non lo posso fare. Ti bacio con tanto affetto eo con tanta ammirazione, orgoglioso di avere una sì bella, buona e santa Mamma come sei tu. Tuo SANTE". Alle 15 del 10 giugno 1917 iniziò l'assalto. Alla testa dei suoi appariva invulnerabile; attorno, ad uno ad uno, cadevano i suoi uomini, ma egli avanzava, avanzava. La mischia era infernale. Finalmente gli Alpini riuscirono ad individuare il ricovero blindato delle mitragliatrici nemiche che li falciava ed a prenderlo dopo cinque tentativi. Il terreno era coperto di morti. Tre Comandanti di Compagnia del "Bassano" erano già caduti. Gli Alpini avanzavano, pur tra mille e mille difficoltà, ed alle 17, finalmente, il Passo dell'Agnella era nelle loro mani. L'Eroe, insisteva nell'azione, ma veniva colpito alla fronte ed alla spalla. Cadeva, si rialzava, però, incitando: "Avanti, avanti, Alpini della valanga!". Un'altra palla lo colpiva, questa volta al cuore. Intuendo la fine, amaro, ma sereno, sentenziava: "Chesta l'è chela giosta" (Questa è quella giusta). La battaglia ebbe una sosta, quasi ad onorarne la morte, per poi riprendere e continuare. Dagli atti ufficiali risulta che fu proposto per la Medaglia d'Oro al valor militare, ma, alla memoria, gli fu invece assegnata la Medaglia d'Argento con la seguente motivazione: "Mirabile esempio di slancio e di ardimento, con impareggiabile impeto conduceva il proprio reparto all'assalto di forti posizioni. Primo ad attraversare le linee dei reticolati ed a penetrare nelle trincee avversarie, uccideva a colpi di baionetta i più vicini difensori. Ferito alla testa, si slanciava con pochi uomini all'inseguimento del nemico in fuga finché un altro proiettile lo colpiva a morte. Monte Ortigara, 10 giugno 1917". Ora riposa per sempre, assieme ai cari fratelli Attilio, Natalino e Giannino, nel suo paese natale, Piazza Brembana, in quel di Bergamo. Il suo nome era Santino Calvi.

 


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