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L'ARTE DELLA CONCIA A GALLIO
Prof. Danillo Finco

È storicamente accertato che l'arte della concia a Gallio ha avuto, non diciamo principio, ma larga diffusione all'indomani del "Patto di Dedizione" alla Serenissima Repubblica Veneta sottoscritto dalla Reggenza dei Sette Comuni nel 1404, patto con il quale l'Altopiano si poneva sotto la protezione di Venezia, la quale si impegnava a conservare e rispettare le esenzioni fiscali e i privilegi dei Sette Comuni con l'obbligo di questi ultimi di difendere i confini settentrionali, che avevano al tempo una assai importante rilevanza strategica.
Venezia vantava una lunga tradizione nell'arte della concia; non solo aveva recuperato il patrimonio di antiche conoscenze classiche, che minacciavano di andare completamente perdute durante i secoli bui dell'alto Medioevo, ma anche era andata utilizzando prima e rinnovando poi le tecniche conciarie provenienti dall'Oriente, mondo con il quale la città lagunare intratteneva fin dalle origini intensi scambi commerciali.
Dai trattati di commercio conclusi a Venezia nel 1262 con il Sultano d'Egitto, nel 1333 con il re dell'Armenia e nel 1356 con il Sultano di Tripoli si rileva l'esistenza di un intenso traffico di pelli, che venivano lavorate nell'isola di Giudecca dai conciapelli veneziani, comunemente chiamati "scorzeri", che preparavano i cuoi "per le siole da scarpe", successivamente vendute al fondaco dei "calegheri". Il termine "scorzer" deriva dal latino volgare "scortia", che significa "pelle", mentre il termine "calegher" trae la sua origine dal sostantivo latino "caligae", che erano i sandali usati dai soldati romani.
Sempre a Venezia i calzolai erano volgarmente chiamati "zavateri", da cui l'italiano "ciabattini". L'attività di conciare le pelli era divenuta tanto importante a Venezia che coloro che la praticavano diedero vita ad una vera e propria arte o corporazione, il cui Statuto venne redatto ancora il 19 settembre 1271 e definito come "Capitulare Conciatorum pellium vel curaminum", ossia "Statuto dei conciatori di pelli e dei cuoi lavorati".
Se l'arte della concia conobbe un rapido sviluppo a Gallio a partire dal secolo quindicesimo, si deve pur riconoscere che la comunità galliese, al pari delle sue consorelle altopianesi, da sempre era dedita alla concia delle pelli degli animali uccisi. Tale attività era favorita dal grande numero di velli e manti di animali che i galliesi allevavano, dalla ricchezza delle acque disponibili, pur in presenza di un territorio carsico, e dalla forte quantità di materiale tannante insito nella rigogliosa vegetazione boschiva. Di tale avviso è Franco Signori che, soffermandosi sulle arti minori del territorio bassanese al tempo della Repubblica Veneta, a proposito della concia scrive: "I pastori dell'Altopiano dei Sette Comuni che, già agli albori della nostra storia, scendevano colle, greggi lungo le rive del Brenta, dovevano conoscerla bene. Era nei loro boschi stessi, infatti, ch'essi trovavano il tannino, ingrediente indispensabile nella concia delle pelli" (L'economia di Bassano dalle origini ad oggi, Bassano 1980). E aggiunge: "Non fa meraviglia, quindi, che fra i nomi dei conciapelli e pellizzari di Bassano, molti, i più si direbbe, traggano origine dall'Altopiano, e precisamente da Gallio".
E infatti proprio questo piccolo paese, uno dei Siben alte Comoine, che risulta essere stato il più attivo centro conciario dell'area Cimbra. Ad attestarlo per primo è Gaetano Macca nella sua "Storia del Territorio Vicentino", quando testualmente afferma: "Nella visita Vescovile del 1672,20 settembre dicesi, che le anime di questa villa erano in tutte 1896. Parte di queste genti, oltre il far carbone, e altre cose, s'impiega anche in conciar le pelli degli animali...".
L'esercizio della professione è testimoniato per il periodo in parola anche dal Podestà di Asiago A.M. Bortoli, che in una istanza, datata 7 novembre 1814, rivolta all'Augustissimo Imperatore e Re Francesco I scrive: "Privi di alimento per nove mesi all'anno dovevamo, e dobbiamo esaurirlo da alcuni poverissimi mestieri che la natural miseria, la mancanza di strade carreggiabili, e comunicazione fluviale, e le imposte addossate dal cessato Dominio rendevano, e rendono ancora più poveri.
Il campo, e la messe della sussistenza per nove mesi dell'anno, erano e sono alligati al tenue lavoro di cappelli di paglia per l'estero, cappelli di lana, di tele greggie da marina, e da sacco, di carboni, di legnami, dell' acconcia di poche pelli, della coltura del tabacco, di qualche filatoio di seta, di quattro cartere appartenenti a proprietari stranieri, e dal prodotto di una pastorale possibilmente animata, ma sempre precaria, perché dobbiamo andarsene vaganti con nostro gregge nelle province del piano per otto mesi all'anno". Se durante l'Alto Medioevo tale attività poteva soddisfare un numero limitato di richieste, a partire dal secolo decimo, quando si registro un costante incremento demografico su tutta l'area dell'Europa Occidentale con conseguente ripresa della vita urbana e crescita dell'economia commerciale, l'industria conciaria conobbe un notevole sviluppo.
C'era, dunque, una grande necessità di materia prima, cioè di pelli di animali di diverso tipo. Una parte della domanda veniva, ovviamente, soddisfatta dall'utilizzazione delle pelli di bestie macellate in loco per venire incontro ai bisogni alimentari della popolazione; una parte rilevante, invece, della domanda poteva essere soddisfatta solo grazie all'importazione dai principali mercati, quali erano i porti di Barcellona, Valenza, Maiorca, Napoli, Pisa, Genova e Venezia, appunto.
Oggetto di tale commercio erano tanto pelli grezze quanto quelli semilavorate. Da Venezia, dunque, i conciapelli o "pellizzari" di Gallio si rifornivano di pelli per sostenere la propria attività.
E significativa a tale riguardo la riflessione maturata da Domenico Finco Sissa nell'osservare una pianta topografica di Bassano del Grappa conservata nel Museo Civico dell'omonima città, redatta da Francesco e Leandro da Ponte al tramonto del secolo sedicesimo. Ecco la riflessione contenuta in "Per non dimenticare. Le concerie di Gallio": ...un giorno, ammirando un quadro dei da Ponte... sono stato attratto dalla quantità di zattere che passavano sotto il palladiano Ponte Vecchio in quei tempi (siamo a cavallo del 1560/1600), tutte in navigazione lungo la foce del fiume Brenta. Queste zattere erano formate da tronchi d'albero, ben squadrati e saldati fra loro, composte a Valstagna dopo aver percorso la Val Franzela, strada naturale fin dall'antichità che univa l'Altopiano con Valstagna, la pianura e il mare; c'erano addirittura dei dazi da pagare per poter attraversare i vari comuni. E cosi, questi tronchi arrivavano a Venezia, molto probabilmente alle Zattere della Giudecca, certamente nei magazzini degli arsenali veneziani, mai sazi di questa materia prima: dai Galeoni e dalle Galee fino alle romantiche gondole, tutto era fatto con il legno; e i dogi ben sapevano che la supremazia del mare si basava sulla flotta che doveva essere sempre rinnovata e potenziata.
È facile capire quindi quale magnifica ricchezza rappresentassero i boschi per la "Spettabile Reggenza dei Sette Comuni", che era legata per il commercio a Venezia a doppio filo. Ho visto delle pelli secche conservate con l'arsenico e sono rimasto a vedere alcune gocce di sangue ancora di colore rosso vivo, anche se di vecchia data. La pelle appariva come sotto vetro e si dice che fosse questo un metodo usato molto in Cina. Comunque a Venezia, oltre a queste pelli, si comprava di tutto: seta dalla Cina, spezie orientali, tappeti turchi, ecc., mentre lassù nell'Altopiano rimaneva solo la corteccia delle piante, dai tronchi trasportati a Venezia. La corteccia: ecco la spiegazione dell'essere e prosperare della concia a Gallio".
Gallio vendeva il proprio legname a Venezia e con il ricavato acquistava le pelli da conciare, che, una volta conciate, venivano rivendute proprio a Venezia con enorme beneficio dell'economia locale.
La presenza, però, di ampie abetaie nel territorio di Gallio non spiega completamente il fatto che solo la comunità galliese abbia sviluppato l'attività conciaria in un contesto geografico, quale quello altopianese, dove si praticavano ampiamente i mestieri di legnaioli, carbonari, pastori e cacciatori, mestieri ancestrali e per così dire quasi fisiologici.
Come gia riferito in precedenza, i motori, che hanno favorito il consolidarsi nel tempo dell'attività conciaria a Gallio sono principalmente due: il primo è attinente alla grande quantità di "scorza" o "corteccia" di abete, il secondo riguarda, invece, l'abbondanza di acqua.
La corteccia di abete, detta "rinda" o "tandela" nell'espressione cimbra, era il materiale di base tipico dei conciapelli di Gallio. Questa, che ha contenuto tannico pari a circa il dodici per cento e discrete quantità di sostanze fermentabili, fornisce cuoi compatti di colore nocciola chiaro e buon odore resinoso. Per motivi tecnico-economici ai nostri giorni la "scorza" di abete non viene più usata, ma a Gallio c'e ancora chi ricorda l'usanza di accatastare nella piazza del paese le cortecce secche destinate ai mulini per la macinazione. Un piccolo edificio per la macinazione della corteccia di abete bianco (la cosiddetta "tanna" in lingua cimbra) mosso da un motore idraulico di due cavalli, e resistito a Rotzo fino ai primi del nostro secolo.
Per quanto riguarda l'acqua, altro elemento indispensabile alla attività della concia, Gallio ancora oggi annovera due ricche sorgenti, che fornivano l'acqua necessaria per sostenere le sue concerie: quella della Covola, posta al margine orientale del paese, proprio agli inizi della Val Franzela, e quella della Valle del Pakstall a nord del centro abitato.
Anche attualmente gli anziani di Gallio per indicare l'imbocco della Valle del Pakstall usano il termine "garberie", voce di origine tedesca che significa appunto "conceria" (gerberei) in quanto nella valle fino alla prima Guerra Mondiale e anche dopo funzionavano alcune concerie, fra cui quelle della Ditta Finco Sissa. Chi scrive ricorda di aver visto in uno stabile, oggi ristrutturato, posto sulla sponda sinistra del Ghelpack all'imbocco della Valle del Pakstall alcune cisterne ricavate nel terreno, dove venivano poste le pelli per la concia. A tal proposito mi piace ricordare quello che scrive il succitato Domenico Finco nelle sue memorie: "Agli inizi del '900, mi diceva mio Padre, i Finco a Gallio avevano tre concerie. La conceria allora era pero assai primitiva e consisteva in una cubatura simile ad una delle tante case attuali di Gallio: quindi, oggigiorno, andrebbe identificata più con l'idea che abbiamo dell'artigianato piuttosto che dell'industria. Non solo, ma anche il processo della concia delle pelli era molto lento: delle vasche venivano riempite di pelli preparate (cioè depilate, scannate e ripetutamente lavate con pochi ingredienti e rudimentali attrezzi) e di cortecce d'alberi (pino, abete, betulla, forse, anche di castagno) e rimepite d'acqua.
Attraverso l'acqua, l'acido tannico contenuto nella corteccia delle piante veniva assorbito dalla pelle grezza che cedeva parte delle sue sostanze organiche. A bagno "esaurito" l'operazione veniva ripetuta: le pelli venivano stese con nuove cortecce a strati alternati, come prima, e poi la vasca veniva riempita nuovamente di acqua. E cosi di seguito finche, dopo mesi e mesi, sezionando la pelle nel punto più grosso e più duro, lo spessore della pelle risultava passato tutto da una parte all'altra, da questo acido-tannico, determinando cosi la fine della concia, la trasformazione della pelle organica in cuoio inorganico, mai più soggetto a putrefazione. La pelle veniva poi rifinita con grassi, e con appretti empirici, ricchi di caseina, latte, sangue di bue, tuorlo d'ovo, nicrosina, ecc...".
In riferimento alla sorgente della Covola, forse la più abbondante d'acqua, sita a quota 1055 ad est di Gallio, cosi scrive il Macca in "Storia del territorio vicentino", tomo VI, Caldogno 1812-16, pag. 251: "Questa e sempre perenne, e per quanto secco sia e sempre sufficiente a girare una ruota di mulini, e quivi in Gallio ne gira otto ruote, e due seghe da legname, ma pero in tempo di abbondanza d'acqua. In altre gira circa venti pile di orzo, che servono anche per pestar scorze, tabacco e altre cose, e tre foli da mezzalana. D'uopo, risulta utile precisare, che "pestar scorze" e operazione attinente le concerie, fruitrici appunto del materiale tannante".
Circa la sorgente del Pakstall, ecco cosa scrive sempre il signor Domenico Finco Sissa con una evidente venatura nostalgica per un ambiente che non riconosce più: "...le concerie prosperano nelle acque del Pakstall e alla Covola del Franzela... Oggi chi va a vedere il Pakstall a Gallio lo trova quasi asciutto perché l'acqua e stata imbrigliata ed immessa nell'acquedotto, ma io lo ricordo negli anni '30 come un ruscello ancora abbondante, dove si riproducevano le salamandre".
Quante furono, allora, le concerie a Gallio? C'e da dire che le concerie di Gallio hanno conosciuto nel tempo vicissitudini alterne, con momenti di espansione seguiti da altri di contrazione. Circa la loro consistenza numerica non si dispone di documenti che coprano tutto l'arco di tempo della produzione, a partire dal secolo quindicesimo fino agli anni '30 di questo secolo.
Nella pur rara documentazione emerge un atto datato 1454, in cui si riportano i nomi di vari conciapelli operanti in territorio bassanese, fra i quali e chiaramente menzionato anche un mº Jacomo de Gallio pelizaro e mº Berto dal Ponte pelizaro. Quest'ultimo e il padre di Jacopo da Ponte, capostipite dei Bassano, originario di Gallio, dove svolgeva l'attività di "conza-curami", che continuo successivamente a Bassano del Grappa.
In una lettera indirizzata "Alli Sindaci Inquisitori della Terra Ferma" datata 12 novembre 1771, i Deputati della Reggenza puntualizzavano: "...Le fabbriche di acconcia pelli che si trovano in essere e in lavoro del Distretto (leggasi Gallio) sono al numero di dieci, come dall'ingiunta nota che contiene il nome degli acconciatori, ed il preciso loco dove sono situate". Seguono i nomi di alcuni "conzacurami, fra cui:
- Nicolò Paccanaro
- Ignazio Maria Rossi
- Gasparo Molini
- Finco e Fraccaro.
All'inizio del nostro secolo il censimento della Camera di Commercio di Vicenza registrava sette concerie a Gallio, proprietà dei signori Fincato Marco e Fratelli, Finco Catterino e Fratelli, Munari Marc'Antonio, Pertile Antonio, Pertile Vincenzo, Rossi Antonio e Rossi Bernardo, con una produzione ragguardevole che si aggirava sulle 30.000 pelli, come d'altro canto afferma Giuseppe Mori in "Asiago e L'Altopiano dei Sette Comuni - Guida illustrata - Vicenza 1910, a pagina 23. A Gallio si esercitava da tempo immemorabile la concia delle pelli: annualmente le varie ditte allestiscono in media 30.000 pelli, le quali sono esitate a Vicenza, Venezia, Milano, Bologna e altrove". Durante la terribile Grande Guerra tutte le concerie di Gallio subirono gravissimi danni. Con la ripresa postbellica, l'attività prosegui languida per cessare definitivamente all'alba degli anni trenta.
Unica continuatrice della peculiare attività di Gallio è stata la conceria Finco di Bassano, che proprio nel 1990 ha celebrato i suoi 125 anni di fondazione. A trasferire l'azienda nel 1916, in piena guerra, da Gallio a Campese prima e a Bassano poi fu Bernardo Finco (1887-1940).
Oggi di quella gloriosa industria non è rimasto niente: si possono solo ammirare i ruderi degli opifici situati lungo il pendio della Covola al di sotto della sorgente omonima, ruderi che recentemente sono stati recuperati a cura dell'Amministrazione Comunale in ricordo non solo di un'attività senz'altro illustre, ma anche delle fatiche e delle sofferenze, che hanno tribolato fino a pochi decenni fa la gente di Gallio.
Una opportunità, purtroppo alquanto labile di questi tempi, per ricordare l'attività secolare dei "conza-curami" galliesi è la devozione nei confronti di San Bortolo (accorciativo di Bartolomeo). Com'e noto, questo martire della cristianità, morto scorticato vivo, venne scelto nel Medioevo da molte corporazioni europee di conciapelli come loro protettore.
A Gallio, l'attuale chiesa parrocchiale è dedicata a San Bortolo, la cui effigie è rappresentata in una tela collocata nella parte interna della facciata; è opera insigne dell'artista prof. Antonio Della Colletta, direttore della Scuola Arti e Mestieri di Asiago.


CONSACURAMI E PESTASCORSE

PESTASCORSE E GARBERIE - Festa di San Bartolomeo Patrono di Gallio e dei conciapelli

Dal 17 al 25 agosto 2002 si è tenuto a Gallio il 1° happening dedicato a San Bartolomeo, Patrono di Gallio e dei conciapelli. Sono state raccolte alcune immagini dell'evento; per vederle clicca sul banner qui sopra.

 

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