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LA VALLE DEI MULINI

Scrive Padre Gaetano Maccà ("Storia del Territorio Vicentino") a proposito della sorgente della Covola: "Questa è sempre perenne, e per quanto secco sia è sempre sufficiente a girare una ruota di mulino, e quivi in Gallio ne gira otto ruote, e due seghe da legname, ma però in tempo di abbondanza di acqua. In oltre gira circa venti pile di orzo, che servono anco per pestar scorze, tabacco e altre cose, e tre foli da mezzalana".


Agli inizi del 1900

Gli opifici della Valle della Covola

Il territorio di Gallio, a differenza di altre zone dell'Altopiano, è ricco di sorgenti d'acqua perenne. La loro abbondanza assieme all'estensione dei boschi, ha fatto sì che nel corso dei secoli si sviluppassero attività artigianali o paleoindustriali, prima fra tutte la concia delle pelli. Vi era infatti sia l'acqua per muovere le ruote degli opifici che la corteccia d'abete dalla quale ricavare il tannino, utilizzato per rendere imputrescibili le pelli. L'arte della concia rappresentava un ramo dell'industria dell' Altopiano e costituiva "uno dei capi di qualche importanza nel loro commercio col fuori". Tra le principali sorgenti vi è la Covola, ricordata da numerosi storici, che sgorga proprio sotto l' abitato di Gallio, dando il nome alla Valle. Essa scende lungo la Val Ghiaia fino al Buso e al canyon che da qui prende il nome di Val Frenzela, termine comunemente usato per indicare l'intero susseguirsi delle tre valli. L'esistenza di alcuni opifici è documentata fin dal '500. Per secoli, fino allo scoppio della I^ Guerra Mondiale, gli edifici a più piani erano in parte ad uso produttivo e in parte abitazioni. Nel loro insieme diedero quindi luogo ad una vera e propria Contrada fornita anche di lavatoi, usati dalle donne di Gallio fino agli anni '50. Nel 1892, su un totale di 26 concerie esistenti nella provincia di Vicenza, Gallio ne contava 8. Le vasche e i tini per la concia erano 50, gli addetti 44. Nel 1916 l'edificio localizzato nei pressi della sorgente venne utilizzato dall'esercito italiano e trasformato in centrale idroelettrica e stazione di pompaggio dell' acquedotto che portava l'acqua fino a ridosso delle linee dello Zebio. Durante il conflitto gli edifici vennero distrutti, tranne la centrale.
(Tratto da: Recupero della Val Frenzela - obiettivo 5b)


Utilizzo di una cascata

La sorgente con il lavatoio



La Covola oggi


Particolare delle macine


La funzione degli opifici

Numerosi storici e viaggiatori hanno ricordato gli opifici della Covola accennandone l'attività, ma è attraverso i Catasti storici che si può risalire al tipo di lavorazioni che venivano effettuate. L'acqua della sorgente, convogliata in una canaletta in pietra, muoveva otto ruote di opifici, di cui sei localizzati in linea retta lungo il ripido pendio. Le attività documentate sono:
PISTA DA SCORZA
L'attività principale era quella di "pestar scorze" ed era strettamente legata alla concia delle pelli, in quanto permetteva di ottenere il tannino. La corteccia d'albero, posta in recipienti di sostanza dura (mortai o pile), veniva sottoposta ripetutamente ad una serie di colpi per mezzo di un pestello o mazza. Dalla corteccia così frantumata veniva estratto il tannino, impiegato nella concia delle pelli per le sue proprietà di rendere insolubili e imputrescibili le sostanze con cui si combina.
MULINO DA GRANO E PILA D'ORZO
Alcuni opifici svolgevano l'attività di macinazione del grano e dell'orzo. Esistevano due metodi: frantumazione dei grani in mortai a mezzo di percussione con pestelli; loro stritolamento fra due pietre monolitiche, dette palmenti, una più o meno incavata che serviva da supporto fisso, l'altra mobile, manovrata secondo determinate regole (da cui deriva il detto "mangiare a quattro palmenti" ovvero con voracità). La pilatura è un procedimento per eliminare dai grani il loro rivestimento rendendoli commestibili.
FOLLATOJO DA PANNI
La follatura, detta anche gualca o feltratura, è un trattamento meccanico che ha lo scopo di conferire compattezza, leggerezza e morbidezza ai tessuti di lana e ai feltri. Si attua per mezzo del follo o follone, ovvero una macchina a martelli o mazze. I folloni più antichi, in cui le mazze erano mosse dalla ruota che girava con l'acqua, sono detti anche gualcherie (dal longobardo Walkan "rotolare").
(Tratto da: Recupero della Val Frenzela - obiettivo 5b)



Lungo il sentiero che porta alla Valle dei Ronchi

 

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