ORATORIO
DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE
di Prof. Danillo
Finco
La
chiesetta, che si eleva in Piazza Generale Turba
agli inizi di Via Roma, in origine era dedicata
a San Rocco e probabilmente venne edificata e consacrata
ancora nel 1404 e riformata nel 1488, stando a quanto
affermano alcune fonti storiche conservate nell'Archivio
della Curia Vescovile di Padova.
Quasi un secolo dopo, esattamente nel 1563, in occasione
della visita pastorale compiuta dal Vescovo Argo Girolamo
Vielmio per conto del titolare della sede, il Cardinale
Francesco Pisani, un cronista vescovile annotava nel
libro delle visite pastorali che l'oratorio di San
Rocco aveva bisogno di restaurazione e ristrutturazione;
sotto la data 13 ottobre 1563, infatti, il cronista
affermava testualmente:"
..vidit etiam
capella Sanctii Rochi, et mandavit eam reparari, que
est prope ecclesiam Sancti Bartholomei de Gallio"
(Trad.
..vide anche la cappella di San Rocco
e comandò di ristrutturarla, cappella che si
trova vicino alla chiesa di San Bartolomeo di Gallio).
Il fatto che l'oratorio fosse originariamente dedicato
a San Rocco è facilmente spiegabile e comprensibile,
considerato che il Santo era assai venerato sull'Altopiano
di Asiago, il cui culto si diffuse a partire dal secolo
XV dopo che l'Altopiano dei Sette Comuni fece atto
di dedizione alla Repubblica di Venezia nell'anno
1404, l'anno in cui l'oratorio venne di fatto costruito.
Percorrendo le tappe della vita del Santo, attraverso
una biografia anonima, denominata "Acta breviora",
composta in Lombardia proprio nel secolo XV, si viene
a conoscenza che alla morte del padre Rocco lasciò
la nativa Montpellier in Provenza per condurre vita
da pellegrino in varie città d'Italia. Si prodigò
ovunque, rivelando eccezionali poteri taumaturgici,
nella cura degli appestati, dei quali finì
per subire il contagio a Piacenza. Guarito, tornò
in patria, dove subì il carcere. Nel 1485 le
sue spoglie vennero traslate a Venezia, che divenne
allora il principale centro di irradiazione del suo
culto. Nella iconografia tradizionale il santo, popolarissimo
come protettore dei pellegrini, degli appestati e
dei prigionieri, è rappresentato in veste di
pellegrino, con il cane che gli portò il cibo
durante la peste, e una piaga sulla gamba sinistra.
Significativa a tal riguardo è l'orazione recitata
dal sacerdote celebrante durante la messa del 16 agosto,
festa del santo:" Custodisci, o Signore, il tuo
popolo con assidua protezione e amore, e per i meriti
del beato Rocco difendilo da ogni contagio dell'anima
e del corpo".
La venerazione, pertanto, a San Rocco diffusa in tutto
l'Altopiano è in qualche modo legata alla comparsa
in Europa della terribile "peste nera",
l'epidemia scoppiata in tutta la sua virulenza nel
1348-1350 e ricomparsa poi più volte: nel 1360-1363,
nel 1371-1374, nel 1381-1384 e ancora successivamente,
generando un'impressionante salasso della popolazione
europea.
Non essendovi medicine in grado di salvaguardare le
popolazioni dal contagio e tanto meno di guarirle
e ritenendo che la peste fosse un castigo di Dio per
i peccati degli uomini, non vi era altro mezzo o via
di scampo che affidarsi alla bontà e misericordia
del Signore e alle capacità taumaturgiche dei
santi, come San Rocco.
Successivamente
l'oratorio venne dedicato alla Madonna delle Grazie
e in quella occasione fu collocato all'interno del
piccolo tempio un "capolavoro d'intaglio in legno,
che rappresentava l'immagine di Santa Maria delle
Grazie".
Una
menzione particolare merita la visita alla chiesetta
fatta dal Cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di
Padova e animatore del seminario secondo le indicazioni
del Concilio di Trento, proclamato santo della Chiesa
ad opera di Papa Giovanni XXIII; tale visita fu effettuata
nell'anno 1664 in occasione della sua prima venuta
tra le genti dell'Altopiano dei Sette Comuni.
Nell'anno
1855 l'oratorio venne completamente demolito perché
pericolante a causa di insistenti infiltrazioni d'acqua,
ma fu immediatamente riedificato a spese del sacerdote
don Giacomo Martini "sopra un suo fondo in principio
di via San Rocco", oggi via Roma.
Nel 1916 i bombardamenti austriaci rasero al suolo
l'oratorio, come del resto anche tutti gli altri edifici
sacri e le case stesse del paese, ma dalle ceneri
risorse più splendido che mai già nel
1922 a cura del Commissariato per la ricostruzione.
Il 24 agosto del 1924 l'arciprete don Primo Giacomelli
lo poteva inaugurare, collocandovi una immagine della
Vergine delle Grazie.
Nel maggio del 1939 veniva donata alla chiesetta una
statua di Maria Ausiliatrice da parte di una signora
di Torino in memoria del figlio morto in guerra sulle
nostre montagne e sepolto per lungo tempo nel cimitero
di guerra "Di qui non si passa".
La statua venne collocata nella chiesetta la prima
domenica di ottobre dello stesso anno, dopo che le
pareti interne del tempio erano state decorate dall'artista
Vittorio Giacomello di Saonara.
Di pianta circolare, come sono del resto molti templi
votivi costruiti nel dopoguerra, con le pareti interne
scandite armonicamente da finte lesene o paraste e
con una cupola, nel tamburo della quale sono riportati
i versetti più significativi dell'Ave Maria,
l'oratorio divenne monumento ai Caduti della Prima
e della Seconda Guerra Mondiale, i cui nomi si trovano
a futura memoria scolpiti su quattro lastre di marmo
bianco infisse sulla facciata sobria e lineare del
tempio, mentre l'accesso è preceduto da due
bracieri in pietra locale e in bronzo con vittorie
aggettanti. Il coronamento dei bracieri porta scolpite
le parole latine della preghiera dei defunti: "luceat
eis" - "risplenda ad essi".
All'interno si può ammirare la splendida statua
della Vergine Ausiliatrice, donata dalla signora torinese
in memoria del figlio morto sulle nostre montagne,
ed un quadro, di scarso valore artistico, raffigurante
San Rocco con il cane, quasi a ricordare che il tempio
in origine era dedicato a San Rocco.
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