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I
CAPITELLI
di
Prof. Danillo Finco
I
Capitelli sono piccoli gioielli architettonici, semplici
e lineari, disseminati nelle contrade, nelle frazioni,
in ogni piccolo agglomerato di case e costituiscono
una sorta di "itinerario mariano e cristologico"
inserito nell'ambiente soprattutto rurale e voluto
da una committenza sensibile ai risvolti religiosi
della comunità.
Chi li visita ha la sensazione di realizzare vere
e proprie "scoperte", circondati come sono
dal fascino discreto di un ambiente ancora intatto,
seppure minacciato da tanti fattori di una malintesa
modernità.
Anche se spesso rovinati dal tempo, tali espressioni
dell'arte e della religiosità popolare si ritrovano
ovunque a ridosso delle abitazioni, ai crocicchi delle
strade, sulle piazzuole, attorno a cui si distendono
le case, i fienili, le stalle e le officine artigianali.
Queste costruzioni, quasi mai sorte per fatti casuali,
corrispondono sempre a bisogni individuali e collettivi.
Dalla devozione mariana a quella d'origine votiva,
i capitelli hanno rappresentato il bisogno dell'uomo
di sentire vicino il proprio Dio, a cui chiedere protezione
e aiuto.
Anche a Gallio non esiste contrada o frazione che
non abbia il proprio capitello, espressione non solo
di una profonda e sincera religiosità, ma anche
della cultura e dell'unità delle singole comunità.
Spesso il capitello è stato costruito insieme
da tutti gli abitanti della contrada e, quindi, rappresenta
un momento esaltante di unità e concordia.
Una volta ultimato, è divenuto l'immagine dell'intera
contrada, il simbolo del suo lavoro, della sua religiosità,
testimonianza delle vicende, delle gioie e delle sofferenze
della gente. Attorno ad esso si riuniva la contrada
tutta nei momenti di preghiera, che erano anche momenti
di comunità viva.
Nel passato recente presso i capitelli facevano tappa
le Rogazioni, cioè quelle processioni penitenziali
che si svolgevano attraverso i campi agli inizi della
primavera per invocare la benedizione di Dio e dei
Santi sulle messi e la protezione contro la siccità.
"A peste, fame et bello
..a fulgure
et tempestate, libera nos Domine - dalla peste, dalla
fame, dalla guerra
.dalla folgore
e dalla tempesta, liberaci, o Signore".
A partire dagli anni cinquanta del secolo scorso i
capitelli sono stati testimoni silenziosi dello spopolamento
delle nostre contrade: hanno visto allontanarsi uno
ad uno i loro abitanti, hanno visto lo spegnersi dei
giochi chiassosi dei bambini e il lento morire di
tutte quelle attività che avevano consentito
la vita sui nostri monti e nelle nostre valli; essi
hanno assistito al lento esaurirsi delle tradizionali
ed antiche forme di associazionismo cooperativistico,
che avevano permesso alla gente di Gallio di resistere
ad una natura spesso avversa e di operare in concordia
e solidarietà nel "lento scorrere della
vita, ritmato sul vasto respiro dei boschi e dei prati
e sull'avvicendarsi delle stagioni, una vita oggi
sconvolta dall'assalto delle grandi masse, dapprima
attratte dalla
villeggiatura estiva, poi prese dalla febbre dello
sci, che ha squarciato boschi secolari per farne piste,
ha spianato vallette per farne parcheggi, in malinconica
attesa dell'assalto domenicale dei forzati della velocità
"( I. Cacciavillani in "La proprietà
collettiva nella montagna veneta sotto la Serenissima"),
ha spazzato via tradizioni antichissime, frutto di
una comunione profonda tra territorio e i suoi abitanti.
Gli anni '70 e '80 di questo nostro tempo sono stati
testimoni di un nuovo ripopolamento scandito dalle
stagioni estive ed invernali, testimoni di nuovi arrivi,
che raramente hanno manifestato e manifestano la fede
sincera,anche se a volte ingenua, degli "antichi
abitatori".
Ecco, pertanto, che i capitelli sono da ritenersi
monumenti sacri, una pagina di storia , il ricordo
di una tradizione e di una cultura che costituiscono
le radici della nostra peculiare civiltà, di
un patrimonio di valori che si spera vivamente non
vada completamente perduto, ma concorra a vivificare
ancora una volta la vita interiore degli uomini di
oggi e di domani.
In tempi, in cui tutto cambia rapidamente, in cui
la fugacità degli avvenimenti sembra non lasciare
spazio alle piccole memorie, quelle che parlano di
povera gente e di eventi comuni in luoghi comuni,
la presenza dei capitelli sulla nostra terra di Gallio
non può rimanere lontana memoria, astratto
ricordo, ma deve continuare ad essere garanzia di
un passato vissuto nell'integrità dei momenti,
sapendo cogliere attraverso una fede vissuta quanto
di prezioso non si potè e non si può
perdere nel cammino dell'esistenza.
Oggi si stenta a difendere il volto antico dei nostri
borghi, nonostante una rinnovata coscienza del fatto
storico; il crescente benessere minaccia d'intaccare
anche l'autenticità delle località più
originali di Gallio assalite da strade che hanno sfondato
borgate classiche e rovinato paesaggi non più
rinnovabili; un malcelato gusto di rinnovamento minaccia
di distruggere irreversibilmente case e manufatti
antichi, come i capitelli.
Spetta a tutti noi salvaguardare dagli attacchi della
cosiddetta "civiltà dell'opulenza"
queste espressioni della pietà popolare, queste
testimonianze comunitarie di fede cristiana, che si
elevano in tutte le contrade di Gallio.
Da un punto di vista meramente architettonico, i capitelli
contano su una struttura che sembra ripetersi all'infinito:
una costruzione in muratura, con tetto a due spioventi
in lastroni di pietra locale e sulla sommità
spesso una croce di ferro battuto infissa su acroterio
di pietra lavorata a mano; una nicchia, protetta da
un cancello in ferro battuto, con cassettina per le
elemosine incorporata, con sullo sfondo la statua
o un affresco della Madonna Immacolata o del Rosario,
oppure la statua di Sant'Antonio di Padova o ancora
più semplicemente una croce.
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