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UN ANGOLO PAESAGGISTICO CHE RESISTE AL TEMPO
di Prof. Danillo Finco

Come è cambiato Gallio dagli anni '60 a questa parte! Anche gli angoli più remoti e selvaggi, che sembravano eternamente serbati alle fantastiche stravaganze e agli svariati capricci di madre natura, sono stati sviliti e trasformati.
Dove un tempo risplendeva luminoso e puro il verde di prati, ora spesso offende il grigio opaco del cemento armato; dove un giorno incontrastato regnava l'arcano silenzio di liberi spazi, ora tiranneggia il frastuono assordante e molesto di moderni mostri meccanici!
Questa terra, certo non doviziosa, ma gentile, ha subito una metamorfosi tanto profonda che spesso è quasi irriconoscibile a coloro che vi trascorsero gli anni più belli della gioventù.
Forse proprio per questo, sento di amare intensamente questa terra, dove nacqui e crebbi cullato più dai soffi del vento che dagli sguardi vigili ed attenti dei genitori.
Questa terra è mutata certo dai tempi della mia ormai lontana fanciullezza. Ma anch'io sono cambiato! Non sono più, purtroppo, il monello di una volta, che correva sui prati e scagliava sassi ai nidi della primavera.
Ora sono cresciuto; sono un uomo, assillato come tutti da mille problemi che la vita ogni giorno presenta. Ciò nonostante mi cantano ancora nel cuore le belle giornate estive, limpide, spazzate dal vento, un vento tiepido, odoroso di erba falciata.
Mi pare ancora di vedere le rose tardive che cominciano a fiorire nei cortili delle case come lungo i sentieri sassosi, e ancora mi pare di sentirne il delicato profumo, così delicato che allora contrastava con l'aspetto rustico e scaglioso delle case di pietra, come i coppi rossi e bruni trattenuti da sassi!
Questa terra di Gallio, con il profilo selvoso dei monti, che crestano il cielo, canta ancora con passione nel mio petto, simile ad una fanciulla fresca di vita, dagli occhi chiari e profondi, di quelli che schiodano i ginocchi e ribaltano il cuore.
Tra tanti luoghi cari di questa terra, "mi ride al cuore" l'aerea visione di due grandi faggi solitari. Ci sono ancora, per fortuna; li ho rivisti solenni e maestosi come una volta, sulla balza ondulata del Tanzar proprio sopra la valle del Pakstall.
Anche allora, ai tempi lontani della mia fanciullezza, sovrastavano alteri i cespugli lucenti e i gialli glicini in fiore con il loro tronco striato di stravaganti pallori.
Erano gli alberi sacri, i numi tutelari della mia fanciullezza selvatica. Mi sembrava di cogliere arcani secreti nel tremolio delle foglie sottili, nelle isole di cielo mutevoli tra i rami alianti, nello stormire concorde di quei due "giganti" alti e leggeri, che mi richiamavano le foreste di querce della natura celtica.
Il mio animo in quei momenti era come il lemnisco dell'acqua, quando ricurvo brilla e sta per traboccare e rompersi in gocciole.
Ricordo un giorno di giugno quando in un momento di pace, mentre ascoltavo i limpidi gorgheggi, ruscellanti fra gli alberi, volli inerpicarmi tra le piante fin lassù. Inoltrandomi tra i pini, l'aria, tremante per la calura, odorava di resina. Sostai a respirarla, verde e viva, e sentivo un impeto di gratitudine per la rigogliosa bellezza di quella natura ancora intatta.
Chiazze di ginepri smagliavano, in bassi cespugli, sullo sfondo rugginoso del suolo, sparso di aghi brunici.
Uscii dal bosco di pini luccicanti con i capelli selvaggiamente ribelli, simili ad alghe fluttuanti che ondeggiano sulla corrente, e corsi attraverso il pascolo, mentre l'erba, stranamente fitta ed alta, mi frustava soavemente le ginocchia.
Finalmente raggiunsi i due alberi solitari. Di lassù potevo finalmente ammirare e godere la silente distesa di praterie ancora intatte o tuffarmi nel silenzio arcano che pareva sofficemente avvolgere la valle che si adagiava ai miei piedi.
Rimasi colpito soprattutto dal cielo particolarmente luminoso, graffiato ad oriente da nuvole bianche, il cui profilo cangiante si arrotondava, slabbrava, sfioccava continuamente che era una meraviglia, con la voce bisbigliante dei boschi che non smetteva mai.
Erano delicate e trepide quelle nuvole, romantiche, rapinose e solenni. Mai come in quel giorno mi persuasi che recassero nei loro grembi dolci, o crucciosi, messaggi di lontani spiriti, quegli degli antenati, ritornati a vivere sulla terra.
Rimasi lassù, vicino ai due faggi solitari, durante l'intero pomeriggio fino al calare della notte. Gallio brillava come un gioiello! E la notte stessa era un incanto: serena e dolce, una mezza luna che trascorreva romantica tra una trasparente fauna di nuvole, una brezza che dislagava i polmoni.
Mai come allora sentii di amare questa terra, lontana dalle città brumose, questa terra di Gallio che offriva nelle albe intatte come nel melodioso morire dei giorni una inesausta messe di bellezze incontaminate.

 

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