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IL PAESE

Tratto da:
Il Veneto paese per paese - Bonechi Editore (© 1982)

Così, venendo a parlare del territorio di Gallio, esordiva Gaetano Maccà nella sua "Storia del territorio vicentino" data alle stampe fra il 1812 e il 1816: "Quantunque questa villa sia posta tutta in alto monte, il suo luogo borgato però a prima veduta sembra situato in una pianura, benché le case giaciano sopra piccola altura, ossia collina...". In effetti, Gallio si distende su un pianoro tra i più ameni dell'Altopiano dei Sette Comuni, presso la testata della Val Frenzela, tributaria del Canale di Brenta. Il territorio ha come sua estrema propaggine sud-orientale la frazione di Stoccareddo, proprio affacciata sul ciglio dell'altopiano; ed è come schermato, rispettivamente a nord e a nord-est, dai Monti Ongara e Meletta, particolarmente propizio il primo, come vedremo, agli sport invernali. "Questa villa" - proseguiva il Maccà - "gode il vantaggio di alcune fontane di acqua perfetta, tra le quali ve n'è una condotta nel luogo borgato, da poca lontananza con canale sotterraneo di legno, di cui se ne serve tutto il luogo borgato...". Ecco, forse a motivo di questa sua "acqua perfetta" il territorio dovette farsi apprezzare da quei Veneti che secondo la tradizione ne furono i primi abitatori. Poi qui vennero i romani, che attrezzarono a difesa l'intero Altopiano, e ne raccordarono i capisaldi con una non effimera rete di mulattiere che di fatto, hanno resistito fin quasi alla vigilia della Prima guerra mondiale. Nei secoli bui che seguirono, ossia al tempo delle invasioni barbariche, tra queste selve trovarono scampo gruppi di sbandati e di fuggiaschi che qui poterono ricostruire i loro penati, quasi preparando il terreno a quei sassoni che in trasmigrazioni successive (dall'VIII al XIII secolo) sarebbero approdati in questa plaga, diffondendovi e quasi perpetuandovi i costumi e le usanze feudali della terra d'origine. La storia dell'Altopiano, di fatto, risulta precipuamente scritta da queste genti, cui Adriano Augusto Michieli dedicava il seguente elogio: "Invano i vescovi di Padova, il comune di Vicenza, la Signoria degli Ezzelini tentarono a lungo di assoggettare queste genti; esse, che avevano una parlata propria del dialetto alto-tedesco, nel 1310 si costituirono in nazione autonoma, creando quella antica e gloriosa Reggenza dei Sette Comuni, che doveva presiedere alle loro sorti fino al 1807, anno in cui un decreto del Bonaparte la sopprimeva...". A proposito della parlata di queste genti: proprio Gallio fu tra le "isole" dell'Altopiano, quella che la mantenne più a lungo, come appunto riferiva il Maccà che ne raccolse gli echi, segnatamente nelle contrade più periferiche del territorio (mentre nel "luogo borgato" già prevaleva la "lingua italiana"). Ma proseguiamo col Michieli: "Il territorio dei Sette Comuni, che rispondevano anche allora ai nomi, di origine prettamente romana, di Asiago, Gallio, Roana, Rotzo, Lusiana, Enego e Foza,... passò nel 1404 per spontanea dedizione, sotto l'alta sovranità della Repubblica Veneta, pur conservando i suoi statuti e le sue franchigie, confermati dagli imperatori tedeschi e dalle più vicine e confinanti signorie...". Restando a Gallio, il paese è citato per la prima volta in un documento del 975 quale possesso del Monastero di San Felice di Vicenza. Successivamente ne furono infeudati i vescovi di Padova che passavano quindi la mano (nella seconda metà del XII secolo) agli Ezzelini, cui, dopo la morte di Alberico da Romano (1260), si sarebbero sostituiti i vicentini; ma questi - e cosi dicasi degli Ezzelini come pure degli altri "signori" che li avevano preceduti - mai poterono vantarne il possesso di fatto, e men che meno limitarne le libertà e i privilegi che in proseguo di tempo sarebbero stati ancor più autorevolmente difesi dalla Reggenza dei Sette Comuni frattanto costituitasi. Sotto la pacifica dominazione della Serenissima (che avrebbero sostanzialmente rispettato le autonomie dei Sette Comuni), Gallio, tuttavia, doveva essere devastata dal passaggio delle milizie di Massimiliano d'Austria (1508) e poi, nel 1762, "da un terribile incendio, da cui furono consumate le case di oltre cento famiglie, col Tempio, e l'abitazione parrocchiale" (G. Maccà). Dopo l'effimera parentesi napoleonica, Gallio, nel contesto del Vicentino tutto, passava sotto la dominazione austriaca, per confluire infine (dopo la guerra del 1866) nel Regno Unitario ed esserne avamposto epicamente conteso nel corso della Prima guerra mondiale. Pressoché interamente distrutto nel 1916 dagli eventi bellici, il paese veniva subito dopo alacremente e più razionalmente ricostruito (il Maccà ne aveva visto le case coperte "per la maggior parte di paglia" e solo alcune "di tavolette dette volgarmente scandole") "attorno alla chiesa classicheggiante con il potente campanile in pietra viva coronato da una slanciatissima piramide". Questa chiesa - l'attuale parrocchiale, dedicata a San Bartolomeo - risale anch'essa a quel dopoguerra, ma conserva tuttavia qualche nobile frammento di una chiesa preesistente, di antichissima fondazione, cosi evocata dal Maccà: "Il P. Barbarano, parlando della chiesa vecchia di Gallio, dice ch'era di tal grandezza, che in essa vi capivano comodamente 1500 persone...". Ma poi quella stessa chiesa doveva essere "consumata" dal rovinoso incendio del 1762 e quindi faticosamente ricostruita nell'ultimo scorcio di quel secolo. Invano, giacché ben altra calamità (la prima guerra mondiale, come s'è visto) non ne avrebbe risparmiato che scheletrici brandelli, gli stessi, appunto, di cui è impreziosita l'attuale parrocchiale". Quanto all'economia del territorio, ecco quel che ne riferiva il conte Francesco Caldogno nella sua "Relazione delle Alpi Vicentine e de' passi e popoli loro" diretta nel 1598 al Doge d'allora: "Questo Comune e assai trafficoso, perché non bastandoli la raccolta a più di quattro o cinque mesi dell'anno, per la comodità de' pascoli, gli uomini per il più sono dediti all'arte pastorale, tenendo in questa professione il primo luogo non solo di tutti delli Sette Comuni, ma eziandio di tutto il Vicentino; e per la intelligenza grandissima che hanno, e per la gran quantità che ne tengono nel, loro Comune l'estate, e l'autunno, come fanno anco tutti gli altri pastori delli Sette Comuni e nel principio del verno, siccome gli altri, scendono alle pianure, e quivi con lor Moglie, e figliuoli si vanno distribuendo, pascendo le lor greggi per le Campagne del Vicentino, Padovano, Polesene, Trivigiano, Veronese ed anco Mantovano, e poi la primavera se ne ritornano alli loro Monti ec... ed altri anco attendono alla mercatura di lane, legnami ed altre cose, standosi in casa, ed altri ne' boschi tagliando legnami, e quasi sempre vivendo alla foresta, ec.". E poi, agli albori dell'Ottocento: "Il territorio di Gallio è poco fertile; le sue entrate consistono in formento, ma pochissimo, orzo, segale, e vena; queste rendite però bastano appena per tre messi all'anno. Non vi sono quivi sorghi, ne uve. I pascoli, e le praterie sono l'entrata principale di questa villa: quindi trovansi quivi quantità grande di vacche, pecore, cavalli e muli... In Gallio vi sono boschi di faggi, e pini detti volgarmente pezzi da fabbriche, e da far carbone; e di tali cose v'è commerzio per vari luoghi e città...". Un'economia, dunque, sostanzialmente povera, che ha sempre avuto quali sue maggiori risorse il taglio dei boschi e l'allevamento del bestiame, più un certo artigianato ("Parte di queste genti" - riferiva il Maccà - "oltre il far carbone, e altre cose, s'impiega anche in conciar le pelli degli animali, e le donne si esercitavano in filare, e tessere tele di canape, e stoppe"), la cui tradizione, peraltro, appare oggi pressoché interamente perduta. Da qui il miraggio dell'emigrazione, che ha spopolato (fin quasi ai nostri giorni) questo territorio, come ogni altro dell'Altopiano. Ma ultimamente la gente di Gallio ha preso a coltivare, con intuizione e intraprendenza tutte moderne, un'ulteriore risorsa, per il passato negletta: le molteplici seduzioni del suo territorio (abetaie incontaminate e "ricche di funghi, fiori e frutti selvatici", e questo Monte Ongara da cui "si staccano diecine di Km di pista sciistiche di ogni difficoltà..."), che ne fanno una località sempre più ambita di soggiorno estivo e di sport invernali.

 

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