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LA
CHIESA PIU' CHE OGNI ALTRA CARA AL MIO CUORE
tratto dal libro "Gallio 1915-18 - Dramma
di un paese" edito dall'Amministrazione Comunale
di Gallio
O
Tempio augusto che ergi la tua fronte maestosa verso
le stelle, vanto, decoro, legittimo e santo orgoglio
della mia terra natia, a Te, in questo auspicatissimo
giorno, il più alato pensiero della mia mente,
il palpito più concitato e commosso del cuore.
A Te pensando, a Te volando, mi parano innanzi, come
una film cinematografica, i più cari ricordi
della mia infanzia, quando venni rigenerato, quando
apersi il cuore alle prime confidenze, le labbra alle
prime preghiere. Evoco esultante gl'istanti più
trepidi e salienti, le gioie più pure, le due
pietre miliari della mia balda giovinezza allor che
mi angelizzavo in Gesù e sotto la tua volta
sacrata in estasi rapito, intonai tremolante il primo
<<GLORIA>> sacerdotale. Questi ed altri
episodi ancora che mi allietano o turbano, arcanamente
mi agitano tutto, mentre assisto ispirato al mistico
rito del tuo battesimo amministrato dal nostro amatissimo
Presule; vedendoti elevato al supremo splendore, gli
occhi si gonfiano di lagrime e mi solcano teneramente
le gote e sono presente con l'anima devota, insieme
ai fortunati spettatori della grandiosa cerimonia
e coi compaesani sparsi per la terra, pei mari e per
l'immensità degli spazi, benedico il Signore,
nutrendo le più liete speranze.
Oh, quanto mi duole non possedere e immagini e pensieri
e ispirate parole per dire degnamente di te e delle
tue storiche vicende, monumento insigne della fede
viva, forte, operosa, anima, fulcro, vigore, conforto
dei venerandi antenati, figli non degeneri degli eroi
di Legnano!

Quando
l'alpestre contrada insieme alle sorelle dell'ameno
altopiano venne illuminata dalla smagliante luce evangelica
da S. Prosdocimo primo Vescovo di Padova, i suoi abitanti
esteti, per natura e perché i figli dei monti,
per manifestare la loro fede più viva e i nobili
sensi dell'animo grato alla grazia delle grazie, pensarono
tosto all'erezione di una modesta dimora al Dio vivo
e vero ed al suo Cristo appena conosciuto ardentemente
amato e adorato. E perché questa testimonianza
eloquente di fede e di amore fosse veduta ed ammirata
anche da lontano, la vollero costruita sulla cresta
di un colle.
E' quel colle donde l'occhio spazia per le selve e
vallee, nei prati ed i campi. E' quel colle a nord
incorniciato dalle erbose montagne Zebio, le Longare
e le Melette, campi di scaramucce medioevali, teatro
di cento epiche battaglie nel conflitto mondiale.
E quel colle che ha di fronte il monte sacro del Grappa
e a destra il Sisemol, decapitato da bocche infernali,
quando gli invitti soldati d'Italia sbarrarono la
via al prepotente invasore, fiaccando la boria tedesca
tracotante e spavalda.
Io penso però che i nostri maggiori abbiano
a Dio consacrato quel colle più per mistici
motivi che per estetiche ragioni, intendendo di seppellire
un triste ed avvilente passato.
Colà infatti in una macchia abetina sorgeva
un'ara di uno dei tanti numi insensati del gentilesimo,
capolavoro di sciocchezza e umana perfidia, forse
al terribile dio Thov dei Germani, e vollero che sulle
rovine dello stupido simulacro rovesciato ed infranto,
venisse innalzato un altare al Cristo Redentore dei
secoli.
E poi non ignoravo quei vostri vetusti padri che sulle
colline e sui monti si compierono i più gloriosi
misteri della santissima Religione e i più
strepitosi avvenimenti sociali. Sapevano ancora che
sulle alture, più che altrove, l'anima spicca
il volo verso regioni superiori, come parve che il
cielo, a preferenza su le alture, si manifesti all'anima
umana.
Oh, come si raccoglievano devoti quei robusti montanari
in quel sacro recinto di mistiche elevazioni, idilliache
dolcezze! là, là effondevano lo spirito
anche in fervide preci, in cantici, in inni, per presenziare
proni e di timor santo ricolmi, ai divini misteri,
per ritemprarsi nei sacri carismi e nutrirsi della
celeste parola che l'anima illumina, guida, alimenta,
conforta. Andavano ancora persuasi e convinti che
la Religione è di ogni cosa umana il principale
elemento anzi il substrato e quindi, senza la benedizione
di Dio, ogni impresa torna vana o monca e incompleta,
ed essi nel sacro luogo convenivano fiduciosi per
deliberare intorno a rilevanti problemi, per risolvere
questioni di ordine morale e materiale, ed ogni loro
fatica veniva coronata dal più felice successo.
Ma coll'andare del tempo quella Chiesa primitiva,
o a dir meglio, sacello, più non rispondendo
alle aspirazioni dell'anima alpina, disparve, e nel
secolo decimo, fu costruita una Chiesa di dimensioni
più ampie e ben decorata. Venne ampliata ancora
nel secolo decimoterzo e decimosesto, e distrutta
da un terribile incendio dalle vampate vorticose,
dice la Tradizione, nel 1762, ma più probabilmente
da uno sconcerto tellurico; su disegno del galliese
Giannandrea Pertile-Rampin, quasi per incanto sorse
quel tempio che ammiravamo fino all'anno nefasto millenovecentosedici.
Non era un capolavoro perché non lanciato un
metro più in alto e perché angusto nell'abside,
ma non era l'ultimo dei belli della diocesi Patavina.
La parrocchia galliese ne andava santamente superba,
lo apprezzava come la gloria paesana più pura
e ai visitatori lo proclamava un gioiello di arte
sacra, un tesoro di ricchezza e beltà.
Tanto compiacimento purtroppo non poté venir
tramandato ai posteri vicini e lontani, che ignivome
bocche nella grande guerra lo dilaniarono prima, lo
strussero poi, annientando tesori e le opere d'arte
del Da-Ponte e Domenico Plebs, ferendo nel vivo i
disgraziati Galliesi, che ne rimpiansero la rovina
come irreparabile sciagura superiore alla privazione
di ogni avere e agli stessi affanni di un esilio forzato.
Grazie al cielo però, tanta amarezza venne
dopoguerra lenita. Il patrio Governo, con munificenza
regale, ricostruì e più belli ed eleganti
i paesi distrutti e, come è naturale, prime
le Chiese.
Perché un governo savio, equilibrato, comunque
pensi in fatto di fede, sa troppo bene che il popolo
è per natura poeta ed artista ed ha un sacro
diritto di soddisfare a questo bisogno prepotente
dell'animo e l'ambiente dove può appagarlo,
è solo la Chiesa. La Chiesa è la sua
scuola, il teatro, l'orchestra, il museo, la sua pinacoteca.
La Chiesa non è solo la casa dell'orazione,
ma eziandio fabbro fine e industrioso di grandezza
morale, specie in Italia. Quale figlio di questa classica
terra ignora come dalle chiese partirono le numerose
falangi dei Crociati per ferire a morte, annientare
i fanatici infedeli, osservatori dell'assurdo corano,
come dalle Chiese partirono i vincitori di Lepanto,
di Vienna e di Buda? Chi non sa che nel tempio si
formò l'impavida compagnia della morte, che
nelle pianure lombarde compié prodigi di eroismo,
degni di un altissimo poema? Solo i bolscevici, barbari
senza nome, senza esempio che imporporarono di sangue
umano la Spagna, possono fingere di ignorare queste
verità elementari o, dirò meglio, fatti
di una imponenza schiacciante. Con una ferocia al
tutto nuova, con macabro sogghigno, danzano su i miseri
avanzi dei templi diabolicamente atterrati ed infranti,
portenti della pietà e dell'arte, orgoglio
il più fiero della cavalleresca nazione, nostra
apprezzata sorella di fede e di intenti cattolici,
apostolici, romani.
Ma come la fenice della favola, risorgeranno domani,
se non così artistici, certo più sfarzosi
perché la pietà nel dolor si raffina,
e come saranno monumenti parlanti della fede spagnuola,
salda come le Sierre delle sue numerose montagne,
così saranno officine di folgori che tormenteranno
per sempre i barbari, fenomeno del secolo ventesimo.
Come è ovvio pensare, il nuovo tempio sì
munificamente risorto era spoglio, ignudo, squallido
sì da stringere come una morsa l'anima alpina.
Quale grande, generoso, insigne personaggio nell'amore
a nessuno secondo, vestirà il grande ignudo,
consolerà il grande misero? Il solo pastore
informato di apostolico zelo ed una greggia, che per
adornare il santo Palazzo dove Iddio ha sua sede speciale,
pronuncia i suoi oracoli e dispensa i suoi benefici,
non conosce disagi, privazioni, tocca l'eroismo. E
una delle greggie di tal genere è la galliese
guidata, spinta, incoraggiata dal suo venerato Arciprete
D. Marco Zen. Il Pastor dei pastori della diocesi
di Prosdocimo e Barbarigo, l'eccellentissimo Vescovo
Agostino, nella sua mente eletta e nel paterno immenso
suo cuore, saprà escogitare la nota opportuna,
soave insieme e possente, per facilitare e augurare
novelle imprese; che è nell'anima di tutti
i Galliesi vicini e lontani. E voglio dire che il
tempio istantemente richiede un condegno esterno,
grazioso indumento, un'artistica facciata, come pare
la implorino le pietre sporgenti. Sarà quella
l'epilogo delle religiose imprese e la festa delle
feste e, come godranno e plaudiranno i viventi, così
i morti esulteranno sotterra.
Padova,
Settembre 1938.
D.
Lorenzo Dott. Plebs
Sacerdote Galliese
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