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CHIESA
ARCIPRETALE
tratto dal libro "Gallio 1915-18 - Dramma
di un paese" edito dall'Amministrazione Comunale
di Gallio
Archeologi
e storici disputano sulle origini dei popoli dell'Altipiano.
Chi li dice Goti, chi Unni, chi Tigurini, chi Sassoni,
chi Cimbri e chi Celti o Galli ecc.; ma ciò
è certo, che essi furono idolatri. Essi prestavano
culto alle loro divinità, ai loro Numi o Genii
sulle colline e nel folto dei boschi, ove ogni albero,
ogni virgulto e perfino le frondi e le foglie dovevano
rispettarsi religiosamente. Il bosco e la collina
erano per loro il luogo sacro ove risiedeva il loro
dio; ed ogni villaggio, ogni borgata, ogni contrada
aveva la sua collina ed il suo bosco consacrato al
Genio tutelare, ed ivi si radunavano in date epoche
per compiere i loro sacrifici d'espiazione.
Anche Gallio aveva il suo Genio, ed a lui era consacrato
il collicello Iokle o Lekle, che allora era ricoperto
di faggi e querce, e su cui ora sorge la nostra bella
Chiesa, dedicata a S. Bartolomeo Apostolo. Quando
fu costruita la prima volta questa Chiesa? Incerta
ne è l'epoca; l'unica cosa certa è che
essa è di origine antichissima. Forse, come
dice lo storico Dal Pozzo, ancora dai primi tempi
del Cristianesimo, quando cioè S. Prosdocimo,
discepolo di S. Pietro e primo Vescovo di Padova e
Vicenza, percorse la Marca Trevigiana, la provincia
di Verona e di Vicenza predicando il Vangelo di Cristo
e purgandole dell'idolatria. In quel tempo egli salì
anche sul monte Summano, ove sorgeva un tempio sacro
a Plutone. Summano (o Sovrano degli dei infernali),
vi abbattè ò'idolo di quel nome, ne
rovesciò l'altare, ne distrusse il tempio e
vi eresse l'immagine di Maria SS.. Probabilmentefu
allora che salì sul nostro Altipiano, predicando
la vera religione, abbattendo tutti gli idoli che
incontrava ed innalzando nuove chiese; e tra queste
è tradizione ci fosse anche quella di Gallio.
Ma se questa è pura tradizione, certo è,
e ce lo tramanda il Dal Pozzo, che prima del 1000,
e più probabilmente intorno al 917 dopo Cristo,
sull'Altopiano v'erano già quattro o cinque
chiese, compresa quella di Gallio. Ne parla anche
Mons. Sibicone allora Vescovo di Padova, quando dall'imperatore
Rodolfo di Borgogna con altre terre ebbe la conferma
del feudo di tutto il nostro paese, già fattagli
da Berengario.
Pare che in quel tempo la Chiesa fosse assai piccola
ed avesse la forma della Chiesetta, dedicata a S.
Rocco e a S. Maria delle Grazie. Aveva quindi il suo
vestibolo, come tutte le chiese dell'epoca, un unico
altare appoggiato al muro del coro, e due grandi e
belle finestre gotiche ai lati. Il Dal Pozzo la dice
una delle più belle e vetustissime cappelle
della Pieve di Caltrano. Appartenne infatti per qualche
secolo alla parrocchia di Caltrano, mentre per l'amministrazione
dei Sacramenti dipendeva dalla Chiesa di S. Margherita
di Rotzo.
Ma sul finire del 1300, e secondo altri l'anno 1402
questa Chiesetta si stacca da Caltrano e da Rotzo
e prende il nome di Chiesa Parrocchiale, e primo Parroco
ne è un certo prete Nicolò Francesco
Iermer de Allemagna.
Subito dopo il sec., ci dice lo storico Barbarano,
questa Chiesa venne ingrandita e resa capace di 1500
persone (il che dimostra che in quell'epoca la popolazione
del paese non era scarsa). In seguito fu di nuovo
ampliata nel 1522 e più tardi nel 1606, e lostesso
Barbarano ci fa sapere che allora aveva tre soli altari.
Finalmente il 1° Maggio 1762 (e secondo altri
nel 1766) uno spaventoso incendio la distrusse totalmente,
insieme con la canonica e la maggior parte delle case
dle paese, mettendo sul lastrico più di cento
famiglie. Nello stesso anno però la Chiesa,
per cura del Comune e con l'aiuto della Repubblica
Veneta, venne riedificata sopra un magnifico e del
tutto nuovo disegno del nostro valente ingegnere Giannandrea
Pertile - Rampini, e venne consacrata da Mons. Cornelio,
Vescovo di Torcello, delegato del Card. Veronese,
Vescovo di Padova.
La nuova Chiesa aveva sette bellissimi altari, di
stile corinzio e di marmo avari colori, estratto tutto
dalle cave del nostro Comune, ed un grandioso ed elegante
tabernacolo, fiancheggiato da due statue, rappresentanti
S. Bartolomeo e S. Rocco.
Si dice che le travature del tetto fossero tutte tagliate
nella località Ferak, ora ridotta a prato.
Nel 1784 fu decorata dal titolo "Arcipretale"
da Vescovo di Padova, Nicolò Antonio Giustiniani,
ed il primo Arciprete fu Don Valentino Strazzabosco
di Asiago.
E' lunga internamente m. 43.10 (vaso m. 29.50 - coro
9.30 - dietro coro 4.30) larga m. 13.35.
Nel 1887 in occasione del Giubileo Episcopale di S.S.
Leone XIII fu definitivamente restaurata ed ornata
di pregevoli affreschi, essendo allora Arciprete Don
Carlo Liviero, attuale vescovo di Città di
Castello.

L'uragano
che passò in tutta l'Europa e che sconvolse,
dilaniò, rase al suolo tutti i nostri paesi,
abbattè anche la nostra Chiesa, lasciandoci
come unico ricordo la sua austera e maestosa facciata.
Ma nel volgere di tre anni 1920-22 essa è di
nuovo risorta, la prima fra le chiese dell'Altipiano;
è risorta la ove fu sempre e bella come prima,
anzi ne fu migliorato il coro, e le fu messo a fianco
un gentile e devoto Oratorio dedicato alla Vergine
Immacolata, inaugurato l'8 Settembre 1922, e ciò
per l'opera dell'attuale Fabbriceria e per lo zelo
dell'Arc. D. Francesco Caron.
Questa nuova Chiesa che speriamo durerà in
eterno ed a cui correranno sempre devoti i figli di
Gallio venne solennemente benedetta.
S.S. Papa Pio XI in tal eoccasione si è degnato
di mandare una speciale benedizione, perchè
con la Chiesa risorga l'avit fede e pietà del
popolo di Gallio

Prima
della guerra nella nostra Chiesa facevano bella mostra
di sè molti qudri e lavori d'arte. Era ricchissima
di varie suppellettili. Dietro l'altare maggiore v'era
fissa nel muro una tela, rappresentante il martirio
di S. bartolomeo, con la data del 1535. Era un lavoro
molto pregiato del celebre pittore Bassanese Francesco
Nasocchio. Un'altra tela pregevole era in Sacrestia
e rappresentava S. Leonardo martire, opera di Giambattista
Da Ponte oriundo da Gallio. E finalmente una terza
tela, pure in Sacrestia, di Luca Martinelli e rappresentante
il Rosario.
Andarono pure infrante o derubate 14 piccole statuette
in legno, sovrastanti gli stalli del coro, attribiti
al celebre intagliatore compaesano Domenico Plebs,
che aveva lavorato anche un magnifico parato in legno
dell'altar maggiore ed il pulpito.
Quasi tutti gli oggetti sacri e di molto valore più
non esistono e la Chiesa intanto aspetta l'indennizzo
dei danni dal Governo e l'obolo dei suoi figli per
nuovamente abbellirsi.
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