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UNA STORIA TRA TANTE ALTRE
descrizione
fatta da Don Antonio Costa
Tratto dal Volume "Gallio 1915-18 - Dramma
di un paese"
a cura dell'Amministrazione Comunale di Gallio - 1986
Quando
l'Italia entrò in guerra con l'Austria, non
avevo ancora compiuto cinque anni e mi trovavo con
i genitori e un fratellino in un villaggio della Bosnia,
chiamato Nemila. Vi erano anche altre famiglie di
Gallio che erano emigrate, insieme con la mia, per
lavorare nei boschi e produrre carbone. Si trattava
di un'emigrazione che, da stagionale in un primo tempo,
si era trasformata in residenziale: infatti noi eravamo
la da quasi tre anni.
Come sudditi italiani in territorio dell'Impero austro
ungarico, subito dopo il 24 maggio del 1915, fummo
internati in un campo di concentramento a Brod sul
fiume Sava. Conservo vaghi ricordi di quell'ambiente:
ricordi che mi ritornano più vivi, quando rileggo
le pagine de "I Promessi Sposi" che descrivono
il lazzaretto.
Ci tennero lì per alcuni mesi; poi fummo rimandati
nel villaggio di Nemila, e gli uomini ripresero il
lavoro nei boschi.
Compiuti i cinque anni, fui iscritto nelle scuole
locali in lingua slovena: conservo un buon ricordo
del primo maestro che era un montenegrino e di una
giovane maestra che mi dimostrava molto affetto. La
scuola era frequentata in prevalenza da ragazzi di
religione greco ortodossa e da turchi di religione
mussulmana. Noi cattolici eravamo una minoranza. Un
giorno della settimana veniva un prete cattolico da
Zeniza, e uno ortodosso, per il catechismo; veniva
il muezzin del villaggio vicino, e ciascuno prendeva
i suoi, dopo che questi avevano giocato insieme davanti
alla scuola, mentre i tre conversavano tranquillamente
fra loro, seduti vicino all'ingresso. Cosi andammo
avanti fino alla fine della guerra, quando si sperava
di rientrare in Italia. Ma venne la cosiddetta "spagnola"
che, in pochi giorni, condusse alla morte mio padre
e un secondo fratellino, nato in Bosnia, dopo che
il precedente era, anche lui, morto a due anni e mezzo.
Anche altre famiglie italiane furono colpite da gravi
lutti.
Verso la fine del 1918 fu possibile tornare in Italia,
lasciando i nostri morti nel piccolo cimitero di Nemila.
Il viaggio fu lungo e disagiato. Ho il ricordo di
una grande confusione nelle stazioni più importanti,
come Lubiana. Ancora non so spiegarmi come accade
che, in questa stazione affollatissima, ad un certo
momento, mi trovai separato da mia madre e dal gruppo
degli italiani che erano partiti con noi: la signora
che mi dava il braccio non era più mia madre:
con un gesto istantaneo mi staccai e saltai sul primo
treno che mi trovai davanti. Per fortuna era quello
giusto, e potei riunirmi a tutti gli altri che, nella
confusione, ancora non si erano accorti della mia
assenza.
Su dei camions militari attraversammo il Piave in
piena, sopra un ponte di zattere, e raggiungemmo Vicenza.
Con mia madre eravamo diretti nel paese di Lovertino,
dove si trovavano profughi il nonno paterno con altri
membri della famiglia. Restammo poche settimane a
Lovertino: mia madre pensò di raggiungere la
sua famiglia nativa a Trissino, dove ci riunimmo con
i nonni materni e prendemmo in affitto una cucina
e una camera nella località chiamata "Il
Motto": poche case con una chiesetta in vetta
al piccolo colle. A Trissino ricominciai la terza
elementare che avevo interrotto in Bosnia, ma senza
poterla terminare, perché nel frattempo erano
avvenuti altri fatti, che avrebbero affrettato il
nostro ritorno a Gallio.
Mia madre era vedova (e non di guerra), con un figlio
da mantenere; non rifiutò la proposta di matrimonio,
che le venne fatta da un uomo, rimasto vedovo, con
una figlia già sposata, ma costretto a provvedere
a tre nipoti, rimasti orfani di madre, mentre il padre
era emigrato in America. Si compose cosi una famiglia
di sei persone: un uomo onesto e gran lavoratore,
che mantiene quattro ragazzi non suoi, aiutato da
mia madre che si trova anch'essa, in un momento, a
dover pensare a tutti.
Ci fu data una baracca nella Val di Ronchi e affrontammo,
tutti insieme, come la migliore delle famiglie, la
nuova vita. Si era verso la fine del 1919, e i segni
e i resti della guerra erano visibili dovunque. Cataste
di munizioni, diventate giocattoli per noi ragazzi
(ciascuno aveva il suo moschetto e non mancavano le
munizioni). Si familiarizzava con ogni sorta di armi
e non erano infrequenti le disgrazie: ora un occhio
spappolato, ora una mano asportata, ora una vita stroncata.
Ci fu grande allarme nella Valle un giorno che una
squadra di noi ragazzi era salita fin verso la metà
del monte Meletta e lassù aveva improvvisato
un campo di tiro a segno. Non ci fecero buon viso,
quando scendemmo con la faccia più innocente.
Potei condurre a termine la terza elementare, cominciata
tre volte. Cominciai a frequentare la chiesa, che
era una baracca: in Bosnia ero arrivato agli otto
anni senza mai vedere una Messa. Il 20 maggio del
1920 ricevetti la prima Comunione e la Cresima dal
vescovo Luigi Pellizzo. Ben presto l'arciprete D.
Francesco Caron mi propose di andare a scuola da lui
in canonica; poi arrivò il primo cappellano
D. Martino Durighello che faceva scuola a me e a qualche
altro ragazzo, prima nella villa Laurenzi e poi nella
canonica ricostruita.
Nell'agosto del 1923 arrivò il vescovo Mons.
Carlo Liviero, un tempo arciprete di Gallio, ora Servo
di Dio, con il quale partii per l'Umbria, lasciando,
ancora una volta le montagne. Ma senza mai dimenticarle.
Mons. Beniamino Schivo
galliese, già Rettore del Seminario
di Città di Castello (PG) e Vicario
generale di quella Diocesi.
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