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RIPENSANDO AL TRISTE MAGGIO DEL 1916

Tratto dal Volume "Gallio 1915-18 - Dramma di un paese"
a cura dell'Amministrazione Comunale di Gallio - 1986

18 Maggio 1916! E chi nol ricorda?!... Da un anno eravamo in guerra anche noi, e noi più che tutti, noi posti in paese di confine, sentivamo già le tristi vicende, le prime conseguenze di questo flagello di Dio. Ma un brutto giorno dovemmo bere a pieno l' ingrato calice delle amarezze, delle desolazioni, del martirio. Ricordate!! Era verso il tramonto del giovedì, 18 Maggio 1916, quando un rombo spaventoso, uno scotimento sinistro ci fermò il sangue nelle vene. Era il primo avviso del nemico, che si avanzava. Una granata era caduta poco lungi dalla Chiesa, sulla strada che conduce ad Asiago. A quel lugubre segnale, quale schianto di cuori, quale terrore, qual fuggi fuggi per i boschi, per la valle, per la sottostante Covola, per la Val dei Ronchi !... Ed intanto le granate continuavano a piovere spaventose: una in via Campo, una terza sui prati che discendono alla Covola, ed un' altra giù verso i Ronchi. E noi nascosti e tremanti passammo quelle prime ore, inizio triste del nostro più triste calvario. Ma la speranza "ultima Dea" ancor ci lusingava. Vana lusinga; bisognava partire, bisognava fuggire. E si fuggì. Ohl come il cuore sanguina a quel ricordo: madri che fuggono disperate, stringendosi al seno i teneri figliuoli; figli che con muto dolore soccorrono e portano seco i vecchi genitori; poveri ammalati, strappati a forza dai loro letti ed a stento trascinati a morir lontani dai loro focolari; povera gente, che fugge sotto il fardello di ciò che può salvare, spingendo innanzi la vaccherella. Ed intanto soldati in tutte le direzioni; ed intanto il continuo rombar dei cannoni, il rotear dei velivoli, il trabalzar del suolo, il diffondersi di notizie sempre più spaventose e catastrofiche. In pochi giorni il nostro diletto Gallio rimase quasi interamente deserto, mentre giù per la Val di Valstagna, su per i monti di Val Bella e per la strada di Campomezzavia, andava disperso, senza tetto e senza cibo quel popolo, a cui prima nulla mancava...

Al calar delle tenebre di quel triste 18 Maggio, e cessato il bombardamento, ecco che verso la mezzanotte il Vicario Parrocchiale, il Rev. Don Francesco Caron, dopo d' aver messo in salvo gli oggetti i più preziosi della Chiesa, ed i Registri più recenti e necessari, corre in Chiesa per prendere e trasportar al sicuro Gesù in Sacramento. Anime buone di figli che non sanno staccarsi dal loro paese, corrono in quel momento a prostrarsi ai piedi del Padre celeste per averne consolazione ed aiuto. L'istante e quanto mai commovente: nel silenzio della notte si odono sospiri, gemiti e singhiozzi: Gesù! abbi pietà di noi. Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam!... La Vergine è là presente, la Vergine Immacolata, a cui il popolo con slancio di fede e d'amore si era consacrato; e dal suo trono, cosparso di fiori e di cerj, par che contempli con dolore, par che senta tutta la tristezza dell'ora d'angoscia e dica: "Coraggio, miei figli, io sarò con voi, io che, prima di voi, dovetti fuggire il paese natio e provare l'amaro esilio ". E questi furono i caldi accenti che in quell'istante sgorgarono dal cuore del Vicario Parrocchiale, e ricordo a quel popolo i dolori della santa Famiglia nella fuga in Egitto, ricordo i dolori inenarrabili della Vergine santa là sul Calvario, ai piedi del Crocifisso suo Gesù. Quindi tra l'angoscia ed il pianto benedisse tutti i presenti, benedisse coloro che già erano sparsi lontani, benedisse il disgraziato paese intercedendo da Dio pietà e misericordia. E con Gesù tra le braccia prese la via dell'esilio. Giunto al principio della Val Covola si fermò, quasi incerto se dovesse continuare il cammino, e poi ribenedisse per I'ultima volta tutti quelli che l'avevano seguito e che prostrati al suolo, con i loro fardelli in ispalla, singhiozzavano dirottamente. S'avviò quindi giù per i Ronchi, verso il Buso, ove giunse le due del I9 Maggio, Deposto il SS. Sacramento sull' Altare di quella chiesetta, celebrò la S. Messa ed a tutti rinnovò l' addio e la benedizione. Quivi il Vicario rimase per più giorni in custodia di Gesù Sacramentato, e accogliendo, aiutando e consolando i desolati figli che continuamente passavano; e risalendo di quando in quando i monti per rintracciare e consolare i dispersi fratelli. Molte famiglie infatti si erano ritirate nei boschi e sui monti sovrastanti al paese, sperando sempre che il nemico fosse ricacciato, e poter quindi ritornare alle proprie case. Ed in quei giorni d'angoscia vero angelo consolatore ed instancabile per loro fu lo zelantissimo Cappellano, il Rev.mo Don Antonio Costa, il quale sprezzante del pericolo correva da un' altura all' altra, da una famiglia all' altra visitando, incoraggiando ed aiutando. E fu in una di queste sue corse consolatrici che egli, il Vicario Don Caron e molti Galliesi, il giorno 21 Maggio, assistettero dal Sisemol al terrificante spettacolo dell'incendio e distruzione d'Asiago. E qui ebbe fine ogni speranza; ma pure qualcuno volle ancor rimanere, finchè il 26 Maggio tutti ebbero l'ordine di scendere verso la pianura. Il nemico in quei giorni era precipitato verso Gallio, portandovi la desolazione e lo sterminio. Con l'angoscia nel cuore, ma il ciglio ormai asciutto per le troppe lacrime sparse; con l'accasciamento e con la muta disperazione nell'anima, ecco questo forte popolo dell'Altipiano che scende nella pianura, in quella pianura che dovrebbe accoglierlo con amore fraterno, con onore, con venerazione, perché su quelle fronti oscure, su quei visi disfatti dal dolore, dalle lacrime, dal sacrificio compiuto, risplende il segno santo del martire, martire del dovere, dell' abnegazione, martire della patria...

Finalmente, dopo tanti giorni passati qua e là, sparsi per le campagne e per le strade, sotto il sole cocente, esposti a tutti i disagi, a tutte le intemperie, a tutte le vergogne, ecco che un po' alla volta la maggior parte arrivammo là, dove la previdenza governativa aveva disposto per la nostra nuova dimora. Albettone! Ameno paesello sul confine tra Vicenza e Padova, posto lungo le dolci ed amene pendici dei Colli Berici. Che si voleva di più?!... Ed eccoci spinti sui granai, nei fienili e nelle stalle, quasi miseri pezzenti che van defraudando il pane altrui. E chi può descrivere i patimenti, i disagi, le privazioni, le umiliazioni di quei giorni?!... Chi può descrivere le sofferenze fisiche, ma più ancora le sofferenze morali, la tristezza dell' anima, l'inasprimento dei cuori per le continue delusioni, per la vita che non era la nostra vita? !... Quel caldo, a cui non eravamo avvezzi, ci annientava e molti dovettero ben presto riavvicinarsi ai monti e venire nei dintorni di Bassano, di Breganze e Thiene. Ma da per tutto dolori e miserie ! Da per tutto si elevava un unico sospiro, un unico desiderio: Gallio !... Da per tutto il nostro sguardo si volgeva sempre alla patria diletta, e di lei si parlava, di lei si sognava, lei si voleva. Tutto si ricordava allora tra amici, ed oh! come ogni cosa che ci parlasse o ci ricordasse Gallio, la nostra meravigliosa. Chiesa, le nostre case, i nostri boschi... ci tornava cara e ci faceva sgorgare dal cuore lacrime amare... E questa fu la dura vita di tre lunghi anni; ed in questo tempo quanti cari scomparsi... 63 giovani, robusti e fieri, si sacrificarono con fede ed entusiasmo per la grandezza .d'Italia. Gloria agli eroi ! Ma oltre a questi, quanti altri cari amici, quanti fratelli buoni, e sopratutto quanti vecchi e fanciulli nostri lasciarono le loro misere spoglie sparse in cento paesi, italiani si, ma che non sono i nostri monti, che non sono il nostro amato Gallio; 271 morirono in esilio. Agli uni ed agli altri si elevi frequente un pio pensiero, un dolce ricordo, una preghiera di pace.

4 Novembre 1918!... Data gloriosa nei trionfi d'Italia nostra. Il secolare nemico è disfatto e messo in fuga. Gallio e libero! Gallio?!... Ah, no! la terra, ove era Gallio, è libera, ed è permesso il ritorno in patria. Ed ecco che i più coraggiosi si slanciano su su per i monti; ma, oh! mio Dio, quale spettacolo raccapricciante, quale desolazione, quale nuovo schianto per quei poveri cuori. Non una casa in piedi, non un luogo, ove poter posare un istante; da per tutto rovine e distruzione, da per tutto la morte. Cadaveri sparsi per ogni dove, e alla rinfusa con carri e mitragliatrici, con cannoni e materiale di guerra. Là, ove sorgeva Gallio, un monte di macerie. Ed i maravigliosi nostri boschi ?... Nulla, più nulla ! Tutto raso al suolo, ed il suolo stesso dilaniato, perforato e sconvolto da strade, da trincee, da rifugi e caverne... A quel triste spettacolo, con l'angoscia nel cuore, quei coraggiosi dovettero ridiscendere a portare agli ansiosi, che aspettavano, la triste realtà. Ma finalmente passò anche quell' inverno, e nella primavera del 1919 molti tornammo a Gallio, ed il lavoro incominciò, dapprima lento ed incerto, e quindi con sempre maggior intensità. Anche il nostro Rev. Arciprete, Don Francesco Caron, salì subito i monti, e, primo tra tutti i Sacerdoti dell' Altipiano si stabilì in Gallio, ed il 4 Aprile ebbimo la fortuna di assistere, per la prima volta, la S. Messa qua, ove era passata la furia devastatrice, dove ancor tutto ci parlava di morte. Così anche Gesù era ritornato con noi su questi poveri monti per ribenedirli e santificarli. Febbrile ed intenso fu il lavoro di sgombro e di riedificazione in questi quattro anni, ma tutto pel coraggio, tutto per l'intraprendenza, per la fede di questo popolo sano e forte, che non venne mai meno, anche nei momenti più difficili, anche quando era follia lo sperare... E Gallio sorse, e sorse più bello, più elegante, più signorile ! Sorse grandiosa e bella la nostra Chiesa, a cui, per lo zelo dell'infaticabile Arciprete, fu aggiunto un gentile e devoto Oratorio, dedicato alla Vergine Immacolata, in memoria dell'ultimo voto, dell'ultima nostra consacrazione a Maria nei tristi giorni del dolore. E la nostra Chiesa e sempre là nell'antico Jöchel, e domina tutto all'intorno e par che ci inviti a tornar a lei con I'antica fede, con l'antico amore, con l'antico entusiasmo. Più grandioso e sorto il Municipio, ma soprattutto meravigliose sono le Scuole e per il maestoso ed artistico edificio, e per la posizione veramente incantevole. Si vollero belle le nostre Scuole, affinché i nostri figli accorressero volentieri e con amore. ad apprendere quell'istruzione ed educazione, tanto necessaria e che deve renderli degni dell' Alpi nostre e aprir loro un avvenire di pace, di prosperità e di benessere. Nulla più manca alla bellezza, alla grandiosità, alla comodità del nostro paese.
I vostri padri, o figli, v'han dato quanto poterono, ed oh ! con che amore vi avrebbero ridati anche i nostri splendidi boschi!... Pur troppo noi non li godremo più..., voi sì un giorno, voi più fortunati di noi ne godrete ancora le deliziose ombre ed il dolce rezzo !... Ma per intanto, spetta a voi, o baldi giovani di Gallio nostro, a voi, o figli, a mantener alto I'onore e la gloria dei vostri padri; spetta a voi a sostenere il prestigio di Gallio, e far sì che questo amato e tanto sospirato paese non abbia giammai a venir meno nelle sue gloriose tradizioni di laboriosità., di onestà e di religione. Noi, o figli, vi doniamo Gallio, la patria nostra diletta, riedificata bella e grande, sappiatela voi sempre onorare.

Un figlio devoto di Gallio.

 

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