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PAGINE DI VITA VISSUTA

Tratto dal Volume "Gallio 1915-18 - Dramma di un paese"
a cura dell'Amministrazione Comunale di Gallio - 1986

Mi trovavo ancora in convalescenza della spagnola, lunga malattia, che in Albettone mi aveva portato quasi in fine di vita; tuttavia dopo l'armistizio volli visitare Gallio. Era il 17 Novembre 1918 feci la Valle di Valstagna, - tutta ingombra di materiale bellico - Al Buso con un senso d'orrore trovai in mezzo alla strada un primo cadavere: era di un soldato austriaco. Giunto a Gallio, restai profondamente impressionato, avvilito; non immaginavo mai di trovare si grandi rovine. La chiesa era quasi completamente distrutta, la sola facciata era rimasta in piedi: il campanile troncato fino alla base, le canoniche, il municipio atterrati; delle scuole, asilo, teatro, e di qualche casa privata rimaneva solo in piedi qualche moncone di mezzo, di tutto il resto macerie... macerie... Non una casa al coperto, ne una stanza abitabile in tutto il paese. Il piano del centro sembrava pure mutato, le vie rimasero impraticabili, i campi, i prati sconvolti, dilaniati, i boschi in parte completamente distrutti, ed in parte danneggiatissimi, il terreno era coperto di carriaggi, di cannoni, di bombe inesplose, insomma non trovai più Gallio, ma rovine, desolazione, distruzione. Ricordo... mi fermai sul piazzale della Chiesa... era mezzogiorno... ero stanco, e non trovai un posticino un po' sicuro per sedermi - muri crollanti, granate, materiale ingombrante mi mettevano in continuo pericolo. In piedi, piangendo mi cibai non senza sforzo, d'un po' di pane, e coll'animo straziato, con un nodo che mi serrava la gola, ritornai sui miei passi, desiderando di portare le mie tristissime impressioni ai fratelli profughi.

Nel Marzo 1919, non di mia elezione, venni eletto Arciprete di Gallio. Animato dalla piena fiducia dei miei Superiori, il 4 Aprile dopo lunghi anni di profugato, ritornai a Gallio, e mi stabilii (il primo fra i sacerdoti dell'Altipiano) in Parrocchia; ripristinai il culto in una miserabile baracca; affrontando ogni disagio, mi dedicai al maggior bene morale e materiale degli operai e dei primi parrocchiani rimpatriati. Dovetti sistemarmi alla meno peggio, come il missionario al primo arrivo nelle terre deserte dell'Africa, in una baracca, ove rimasi per quasi tre anni. Ogni mia cura fu per vedere risorta presto la bella Chiesa, e con la Chiesa rinnovellate, fortificate nella fede le anime affidatemi.

Oggi con soddisfazione, vedo che i miei sacrifici, i miei sforzi non furono infruttuosi. La Chiesa è risorta; è risorta più bella, più attraente di prima. Con essa sono risorti gli oratori della Campanella della B. V. della Salute e la Chiesa di Stoccareddo. Esulta l' animo mio nel vedere e nel partecipare a tanta festa, per la risurrezione di questi sacri edifici, e nel lasciare questa Parrocchia faccio voti che gli animi del tutto risorgano alla fede, alla vera pietà, e che il mio successore possa avere maggiore soddisfazione e raccogliere frutti anche maggiori.


L' Arciprete

DON FRANCESCO CARON

 

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