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DIECI DI' SPAVENTOSI E ROMANTICI
descrizione
fatta da Don Antonio Costa
Tratto dal Volume "Gallio 1915-18 - Dramma
di un paese"
a cura dell'Amministrazione Comunale di Gallio - 1986
Per
appagare il tuo vivo desiderio, caro Arciprete Caron,
m'accingo a descrivere le dieci ultime giornate di
Gallio. Vorrei essere poeta per eternare in una elegia
tutte le scene di dolore, di mestizia, di pianti che
si successero ininterrotte come le files di un cinematografo:
vorrei aver tempo per narrare con ordine cronologico
tutti i fatti senza veli ma con riflessioni morali:
vorrei bollare uomini e cose, vorrei... vorrei...,
ma non posso. Accontentati di alcuni cenni storici
così come cadono dalla penna.
Appena tu sei partito per la via dell'esilio confortato
dalla compagnia di Gesù Eucaristico, io stanco,
impressionato dai casi pietosi di poche ore innanzi,
(di malati portati sotto le roccie, di bambini piangenti;
di donne svenute; di uomini pallidi, tremanti; di
soldati chiedenti perdono e assoluzioni) andai a coricarmi.
Stavo per prender sonno cullandomi nella speranza
che il pericolo maggiore era superato quando una detonazione
tremenda mi fa balzar dal letto, infilar le scale,
riveder le stelle. Sento un gridare, accorro e trovo
i poveri soldati degenti nell'asilo spaventati che
cercano scampo. L'Ufficiale di guardia era fuggito,
il cappellano militare pure, anche la sentinella non
v'era più e i mutilati e infermi avvolti in
una coperta stavano sulla via invocanti soccorso.
Cercai di quietarli, di persuaderli a ritornare a
letto che Iddio penserà a loro più di
quello che pensano gli uomini, Finsi aver coraggio
aiutandoli a rientrare e continuando la mia predica
di persuasione e di speranza. Erano le tre del 19
maggio. Pacificati quelli infelici, uscii curioso
di novità. Attraversai il paese fino alla contrada
Ech non trovando anima viva. Mi rivoltai e vidi la
cresta delle cime che sovrastano Roana e Rotzo fiammeggianti.
Cos'era? Gli Italiani avevano incendiati i loro baraccameti
prima di abbandonare le posizioni. Su quei monti arrivavano
continui colpi di cannone e colonne di terra e fumo
si alzavano all'aria. Pensavo: ma e perduta una partita
cosi decisiva? E dove sono tutte le truppe che da
giorni continuavano salire, salire?
Ma ecco poco dopo apparire qualche soldato bianco
come uno straccio, senza fucile, instupidito, pieno
di fame. M'avvicino con riverenza e chiedo: Come va
la faccenda? E mi sento rispondere tutto e perduto
anche l'onore. Resto di pietra. Da tre giorni, continua
il milite non mangio, avrebbe niente da offrire? Eravamo
in piazza accendemmo la gradinata della chiesa e fatto
entrare in canonica gli recai innanzi quanto avevo
di cibo. Quando prese fiato mi raccontò del
disastro provocato certo da tradimento. Mentre mangiava
ecco entrare anche un suo collega con fucile e baionetta
inestata ancora lorda di sangue. Anche questi aveva
fame. Rifocillatosi parlava del scappato pericolo,
degli atti di valore. Poveri figli d'Italia, sbandati,
disorientati, affamati. Cominciava albeggiare ed io
pensavo dove celebrerò questa mattina? Nella
chiesa no perché v'e pericolo e ad ogni scossa
si sente infrangersi e cadere qualche vetro. Per fortuna
tengo qui un altarino da campo, mio fratello potrà
servirmi da sacrista. Zaino dunque in spalla e fuori
dal centro. Andammo lungo la valle che dalle garbarie
conduce a malga Longara e quando eravamo stanchi di
portare la casetta, sotto un bel pino stavo preparando
per la celebrazione.
Era tutto approntato quanto un areoplano austriaco
volò sopra di noi e una voce mi disse: Rev.do
e troppo esposto, e visto dall'alto, scappi. Era un
ufficiale pure rifugiatosi in questo luogo e con lui
altri ed altri ancora che godevano l'ombra delle piante
sebbene non fosse ancora sorto il sole. Mi rifugiai
in una capanna dove riposavano in poco spazio sopra
il fieno una quarantina di persone. Fatto col fieno
una per altare celebrai fra i dormienti. L'intero
giorno girai alla visita dei malati e in cerca di
mezzi di trasporto. La Croce Rossa si rifiutò
di compiere questo ufficio pietoso.
Alla sera partii per riposare un po' più quieto
al Buso. Arrivato notte fatta con Vicario Caron e
col fratello all'oratorio della Madonna svegliammo
la custode per chieder alloggio e ci offerse un letto
che in simile circostanza non ha valore. Per tempissimo
al dimane partii per Stoccaredo ove dopo un commosso
saluto al Rev. Curato Don Bonato celebrai e per i
colli ritornai alla parrocchia. Gli abitanti erano
in gran parte allontanati, solo nelle contrade discoste
dal centro v'erano più gente del dovere. Visto
la mal parata credetti bene girare per consigliare
i rimasti a decidersi alla partenza. Qui non potrei
descrivere le scene pietose di tanti coloni che obbedienti,
piangendo, staccavano dalla mangiatoia i loro animali
e si disponevano al distacco. Basta ricordare la famiglia
Stella ai Leghen che pronta per la partenza ma ancora
nell'incertezza chiese l'ultima benedizione, l'ultimo
consiglio al datore dei lumi.
Portavo sempre con me, appeso al collo, il Santissimo
per ogni eventuale bisogno e mi venne il pensiero
di benedire solennemente questa piccola comitiva.
Li feci entrare e sopra un altare improvvisato circondato
da lumi esposi Gesù. Cantammo il Tantum Ergo...
e benedissi quei futuri pellegrini singhiozzanti.
Non ebbi più parole perché la commozione
mi invase e uscii io pure piangendo.
Mi recai ai Zocchi di Asiago e ai Pennar avendo sentito
che giacevano ivi degli infermi e che tutti i sacerdoti
erano fuggiti all'immane pericolo. Ne trovai due ma
in atto di esser condotti via dai parenti, li benedissi
e ritornai su i miei passi. Venne la sera e feci sosta
nella casa "del pianto primo". Avevo ivi
condotto un po' di roba da mangiare e per la prima
volta in quel di gustavo cibo. Ero solo perché
il fratello l'avevo mandato ad aiutare un contadino
a condur una mandra fino a S. Giacomo col comando
di ritornare il dì seguente perché potrebbe
esser utile per qualche altro ufficio. Volli pregare
ma non vi fu caso. Mi coricai ma il sonno non voleva
venire. Le forti impressioni, i quadri dolorosi erano
sempre vivi nella fantasia. II tempo che non s'arresta,
ci portò il nuovo giorno; mi alzai più
stanco della sera tutto preoccupato dal pensiero della
domenica pensando: dove andrò a dir messa?
e meglio binare o no? Decisi per la binazione. Una
ne dirò al Leghen e l'altra ai Stellar. La
prima celebrai in casa di Cherubin udita devotamente
da secolari e da soldati. Un numero maggiore assistette
alla seconda quasi tutta gente asiaghese. Devisai
poi di ascendere sul Perch conoscendo che lassù
v'erano ancora tutti gli abitanti e anche per curiosità
perché da quel luogo si domina tutta la conca
dell'altipiano. Arrivato disposi per le funzioni,
consigliai i presenti a preparare i bagagli perché
la cosa si fa sempre più seria e promisi che
al mattino avrei celebrato e comunicato chi desiderava
prima di cimentarsi al viaggio reso più difficile
per l'occupazione delle vie da militari e cannoni.
Esposto il Venerabile, recitate delle preghiere fu
finita la funzione dopo la quale in una stanza ascoltai
le confessioni di quella buona gente.
Terminato, colpi di cannone ci chiamavano all'aperto.
Gli austriaci puntavano su Camporovere e Roana forse
avevano di mira il ponte della Valdassa. Presso poco
si vedeva dove colpivano perché da quel luogo
si alzavano grandi colonne di fumo. Lo spettacolo
però più impressionante era il vedere
Asiago in fiamme e i soldati in fuga disordinata.
Discesi il monte Sisemol che doveva essere sacro per
tanto sangue e fissai il mio quartiere nella solita
casa Stella al Leghen.
La notte dal 21 al 22 dei soldati vedendo un lumicinolo,
era la lampada che faceva compagnia a Gesù,
si fecero scala per le finestre quando impauriti per
una mia mossa si ritirarono. Non dormii più
e fatta mattina ritornai secondo la promessa sul colle
a celebrare e a dispensare la s. comunione a 37 persone.
Compiuto il sacro rito, salutata quella buona gente
mi diressi alla Gamona (Camona) dove dall'alto scorsi
agglomeramenti di gente. A mezzavia incontrai un ufficiale
che piangeva chiamando la mamma. M'accostai per dirgli
una buona parola ma era inconsolabile. Giunsi alla
Gamona (...). Alcuni medici vedendomi tralasciarono
le operazioni chirurgiche ai feriti e mi domandarono
che li riconciliassi a Dio. Una stanza tutta sossopra
servì da confessionale ed accolse i penitenti.
Quanto belle, devote, dolorose furono quelle confessioni
lo sa solo Iddio.
Venne mezzodì e bisognava mettere qualche cosa
nello stomaco. Il prestinaio (?) Prot era ancora in
paese presi del pane e in solo pane feci consistere
la lauta mensa. Mi recai poi alla Costa, ai Ros, ai
Ferro (forse Lero?) a persuadere i pochi rimasti all'esilio.
Non occorrevano tanti discorsi perché dai colli
vicini si udivano i colpi di fucile e lo screppitio
delle mitragliatrici e chi era pratico sapeva distinguere
i colpi italiani da quelli nemici. Alla sera presi
un po' di brodo in una cucina militare, un pezzo di
pagnotta regalatami e nel solito albergo passai la
notte. Il martedì andai per i Ronchi e Schivi
alla Campanella dove avevo stabilito di dire la messa.
La chiesetta era circondata di cannoni ed artiglieri
e fra un mare di bestemmie sacrificai al Dio misericordioso.
Visitai poi le famiglie sgomentate e distribuii la
Comunione alla studente Maria Sartori. Ritornando
in paese trovai il segno di granate giunte poco prima.
Nelle vicinanze della chiesetta della Madonna delle
Grazie v'era un gran buco, nella via una damigiana
rotta, la casa dell'ufficiale di posta screpolata
e porte e balconi circostanti sconnessi o caduti.
Guardie di finanza facevano la ronda al paese anzi
il loro capo mi consigliò ad abbandonare la
parrocchia. Era impossibile ormai a rimanervi e per
il pericolo, e per il vitto e perché non v'era
alcun scopo. I cittadini erano partiti, i soldati
avevano i loro cappellani militari quindi senza timori
di critiche, fatte ad altri confratelli, si poteva
allontanarsi. Mi portai per l'ultima volta in casa
Stella che trovai aperta ed occupata da militari.
Da un male ne divenne un bene perché stavano
preparandosi il cibo ed io partecipai alla loro mensa
con un appetito invidiabile. Intanto soldati di ogni
arma giungevano in questo sito (?) in cerca dei loro
compagni. Certi malandati mi chiedevano se avessi
qualche uovo, un po' di caffè, un po' di zucchero,
di sale e quanto potevo davo loro. Nella speranza
ancora che il nemico si potesse arrestare perché
cominciavano giunger soldati dal Carso mi fermai quella
notte e proprio in quella un proiettile scoppio anche
in questa contrada Leghen. La mattina feci l'ultimo
pellegrinaggio per il paese ed offersi il santo sacrificio
al Zebo. Una cucina fu la chiesa, un tavolo l'altare
e abbandonando tutto il necessario per la messa ritornai
sui miei passi per preparare la valigia.
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